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IL DESERTO DEI TARTARI

Le sensazioni di un Dino Manuzzi senza pubblico alla prima casalinga.

Che tristezza, che desolazione, come l’esordio casalingo dei bianconeri del Cesena, la stessa valutazione è per lo stadio Manuzzi, pervaso da un silenzio assordante. Continua la routine per via del Coronavirus: tra quarantena, precauzioni, auto dichiarazioni, ticket, distanziamento, mascherine e continui aggiornamenti sulla situazione. Nel mondo del calcio la condizione è in pratica questa, ma gli ultimi contagi, in particolare nella Serie A, hanno alzato un po’ l’asticella e le preoccupazioni. Anche diversi calciatori hanno voluto esprimere la propria opinione riguardante l’emergenza Covid-19, riferendosi in particolare alle partite casalinghe senza il calore e il colore del pubblico della propria curva.

Il grido unanime di casa nostra è comunque sempre lo stesso: FORZA CESENA! Basta con il pallone nel deserto. Il calcio senza pubblico non ha senso, è il momento di rivedere il pubblico sugli spalti degli stadi. Opinione comune è che non si sa cosa si stia aspettando. Non si può fare il paragone degli stadi con le discoteche che sono al chiuso o quasi. Ed è proprio lì che dopo il lungo lockdown la gente andava a sfogarsi. Il nostro spettacolo si sviluppa in spazi sempre ampi e all’aperto. Pensate alla capienza di ogni stadio. Vogliamo mantenere il distanziamento, allora facciamo entrare almeno un terzo degli spettatori. 

L’Orogel Stadium di Cesena conta 20.860 posti a sedere. Bastano due seggiolini occupati su cinque e la consapevolezza dei singoli di rispettare le regole per la propria e l’altrui sicurezza. Bisogna riaprire perché siamo alla seconda giornata e ancora, si gioca nel deserto dei tartari. Aperture poco alla volta con regole chiare e uguali per tutti, senza fare figli e figliastri. Sui bus, ad esempio, l’apertura è al 70%, e per il calcio? A cosa serve far entrare prima una squadra e poi l’altra se i calciatori durante la partita sono uno accanto all’altro per i contrasti di gioco e per gli inevitabili abbracci dopo un gol realizzato. E basta con i tamponi giorno dopo giorno. Passiamo dall’anno del dolore all’anno dell’amore. Il pubblico vuole bene a questo sport.

È giusto prendere le dovute precauzioni ma oggi si rischia di salvare il corpo e distruggere la mente. Basta vedere quanti sono in cura dallo psicologo dopo la pandemia. Ho notato che senza spettatori sugli spalti quando i giocatori entrano in campo, emerge un po’ di tensione tra loro che passa automaticamente in un modo in cui gli stessi non sono più completamente concentrati.

Giocare in uno stadio senza tifosi non ha nulla a che fare con le emozioni che questo sport può regalare. Non ha molto senso giocare a porte semichiuse, quando poi vediamo i tifosi fuori dallo stadio tutti ammassati.
Questo è molto, ma molto più pericoloso.

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Redazione

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