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IL DELITTO DI VIA POMA

Dati alla mano possono definirci un Paese che ha diversi casi irrisolti e che, costantemente, è alla ricerca della verità. Infatti, dopo oltre trent’anni, anche l’omicidio di Via Poma – delitto che scosse tutta l’Italia per la sua crudeltà e per i misteri che hanno accompagnato la vicenda – a oggi è ancora senza un colpevole. Il 7 agosto 1990, mentre Roma era semideserta, Simonetta Cesaroni fu trovata senza vita tra le ventitré e le ventiquattro in via Carlo Poma.

Il corpo della ventenne ragazza fu rinvenuto negli uffici dell’Associazione italiana alberghi della gioventù, impegnata per una sostituzione estiva, dalla sorella Paola, che preoccupata, si recò sul posto di lavoro di Simonetta insieme al fidanzato e al suo datore di lavoro. L’autopsia accerterà in seguito l’orario della morte tra le 17.30 e le 18.30. La ragazza fu assassinata con ventinove colpi inferti con un tagliacarte, ferite tutte profonde oltre dieci centimetri.

Alcune delle coltellate hanno raggiunto il cuore, la giugulare e la carotide. Malgrado ciò, a causare la morte fu un trauma causato da un colpo alla testa. Nel corso degli anni furono svolte varie indagini e verificate diverse piste investigative. Il processo a carico di Raniero Busco, all’epoca dei fatti fidanzato di Simonetta, iniziò vent’anni dopo davanti ai giudici della terza Corte d’Assise di Roma. Al banco dei testimoni, tra gli altri, furono sentiti i familiari di Simonetta, gli amici dei due fidanzati, i periti della procura, i consulenti del pm e i poliziotti che svolsero le indagini all’epoca del delitto. Una persona decisiva, però, non testimoniò al processo. Pietrino Vanacore, portiere dello stabile nel quartiere Prati, poiché si tolse la vita il 9 marzo 2010.

Tre giorni prima della deposizione in aula. Un evento che fece sorgere una domanda spontanea all’opinione pubblica. Il portiere ha portato con sé un segreto inconfessabile o è solo stato vittima degli eventi, come da lui scritto in un biglietto trovato nella sua auto subito dopo il suicidio? Vanacore, a causa di varie contraddizioni durante gli interrogatori, fu arrestato tre giorni dopo il delitto. Ultima persona ad aver visto Simonetta viva, sui suoi pantaloni furono trovate delle piccole macchie di sangue, inoltre aveva le chiavi dell’ufficio di Simonetta.

L’ipotesi fu che Vanacore avesse tentato di violentare la ragazza poi, preso dal panico, l’avesse uccisa. Successive perizie scientifiche smontarono la tesi. In seguito, dopo il rinvio a giudizio, il 26 gennaio 2011 Raniero Busco, fidanzato di Simonetta, fu condannato dalla Corte d’Assise di Roma a ventiquattro anni di reclusione con l’accusa di omicidio volontario aggravato.

Il processo d’Appello terminò il 27 aprile 2012 con l’assoluzione piena del Busco. Assoluzione confermata anche dalla Cassazione il 26 febbraio 2014. Nel tempo diversi “attori” si alternarono sul banco degli imputati. Tutti scagionati per mancanza di prove.

Tra le tante carte sui misteri che riguardano il delitto di via Poma si legge anche di un ipotetico coinvolgimento della Banda della Magliana e dei servizi segreti italiani con la complicità del Vaticano… purtroppo, a oggi, tra realtà e fantasia, rimane un solo dato: i responsabili dell’omicidio sono tuttora ignoti! 

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Imagoeconomica

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