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IL COVID NON SARA’ IL BIG ONE

La crisi multidimensionale causata dall’attuale pandemia agisce come una potente rivelazione del tempo presente, e della nostra fragile natura di esseri viventi.
Strana paura: evanescente, sfuggente, che infetta la mente di una società liquida.
Viene dal mondo antico e parla del mondo che viene.
Il mondo antico: quello di epidemie terrificanti, capricciose, senza cause note.

E quello che viene: il mito che ha fondato la fiducia e l’orgoglio della modernità, la fiducia nell’onnipotenza dell’uomo sulla natura, sta crollando.
O ancora meglio sta crollando l’idea che si trattasse di una protezione evidente, assicurata, infinita.
Ci ritroviamo a vivere tra gli altri, fragili, semplici soggetti di ecosistemi.
La nostra era si trova sotto l’incantesimo dell’ipertecnologia, imbarcata nella religione delle soluzioni, affascinata dal virtuale, avvolta nel suo potere, nel suo controllo, i geni che si tagliano e incollano, la coscienza che si riproduce in laboratorio, o quasi.

E‘ orgogliosa della medicina, della sua decuplicata capacità d previsione, dei suoi progressi su tutti i fronti, molecolare, informatico, robotico.
Dietro a tutto questo c’è l’ambizione contemporanea di porre fine all’imprevidibilità della vita attraverso la tecnologia.
Abbiamo vantato, promosso e magnificato il potere della tecnologia, delle bioscienze e dell’informatica, così tanto che allo stesso tempo abbiamo scotomizzato, o perlomeno minimizzato, ciò che in natura e nell’esperienza umana rimane incerto, al di là della nostra comprensione, anche irrimediabilmente contingente.
La popolazione è arrivata a credere che la scienza sia in grado di preservarla da antiche paure di infezione.

La delusione è immensa: chi l’avrebbe mai detto che, a seguito di un incrocio improbabile tra esseri viventi, il pippistrello e il pangolino, a quanto pare, emerge un virus e il mondo si ritrova sottosopra, le economie in calo.
Il coronavirus non sarà il Big One.
Ma il rischio che un giorno ci troveremo di fronte a una pandemia ad alta mortalità non è irrilevante.
Certo, potremo proteggerci, ma questo richiede apertura, condivisione della conoscenza, intelligenza organizzativa e la volontà di anticipare e prevenire.
Si tratta quindi di cultura, solidarietà, civiltà.
Tanta roba!

La nostra società sembra essere ripiombata nella ritualità “magica”, tanto fatalista quanto le antiche tribù che veneravano la natura.
In questi giorni, su vasta scala, il mondo sta cambiando;è improbabile che si torni alle vecchie abitudini come se non fosse successo nulla.
Questo cambiamento, questa sorta di conversione delle menti, è già essa stessa una manipolazione!
Bisognerebbe cambiare la società, e noi siamo paralizzati, con la spina dorsale piegata di fronte a cio’ che minaccia la nostra sopravvivenza.
La scienza che assume le dimensioni di un mito, che diventa, ahimè, uno strumento formidabile, al servizio della libertà.
Bisognerebbe sempre preferire il dubbio alla fabbricazione del vero.

Detto ciò, vediamo in quale critica situazione sta versando l’economia, con migliaia di imprese che chiudono, bar, ristoranti, palestre, scuola, vera grande prima emergenza che avra’ conseguenze anche nel futuro di giovani menti, che si accorgeranno ben presto della vacuità educativa dell’avergli elargito il reddito di cittadinanza.
Stiamo costruendo dei burattini, non delle persone, e siamo già a buon punto!

Le nostre Aziende sono attonite, atterrite e disorientate da una situazione mai vista prima, che sta producendo effetti disastrosi ben al di là di ogni peggiore previsione.
Il decreto fiscale rischia di esasperare l’approccio da “duri contro il crimine”.
Forse sarebbe meglio una riforma che semplifichi la normativa tributaria, fondata sulla cooperazione tra fisco e contribuente: semplicità ed equità per recuperare la fiducia dei contribuenti, e la loro fedeltà fiscale.

L’urgenza di una riforma del nostro sistema fiscale appare perciò sempre più pressante.
Con le nuove regole anti-contagio arrivate in questi ultimi giorni in tutt’Italia alcuni settori, in particolare della ristorazione e dei pubblici esercizi si trova a sperimentare una situazione di “lacrime e sangue”.

Dopo gli oltre due mesi di chiusura della primavera scorsa, le aperture a singhiozzo dell’autunno, le chiusure serali di dicembre, le esplosioni “colorate” di gennaio 2021, stanno definitivamente irritando l’economia che, a ragione, chiede maggior trasparenza.
Equità sociale, pari dignità e solidarietà per uscire da questa emergenza, sociale ed economica, oltre che sanitaria.
La pazienza è finita!
Si aspettano fatti concreti, altrimenti l’unica parola d’ora in avanti sarà: BASTA!

A cura di Sandra Vezzani editorialista – Foto Imagoeconomica

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