Sono venuto alla luce nel 1960, erano gli anni di una rinascita, dopo l’ultimo conflitto mondiale. Ma non solo, sono stati poi con il trascorrere, per lungo tempo, i periodi dei diritti sociali, della ricerca di una democrazia collegiale che aveva come congegno politico, perchè la politica è come un orologio da tasca, l’unione del Paese dove le tante spaccatura da Nord a Sud erano all’ordine del giorno.

Ma gli anni sessanta, man mano che crescevo, sono stati anche quelli dei racconti suggestivi. Come quello, che vent’anni prima si lavorava in Miniera per la Montecatini.
I sacrifici dei minatori di Perticara in provincia di Pesaro, erano immensi e lo sono stati fino al punto che a 35 metri di profondità ho perso il nonno paterno per una esplosione di una mina. Con lui altri 35 padri di famiglia saltarono in aria come birilli e furono ritrovati ammassati ancora con le “mascherine” sul volto per non respirare lo zolfo durante le estrazioni.

La nonna era ancora viva con 9 figli a carico tutti da crescere, orfani, mentre la miniera venne chiusa dalla potente fabbrica. Fu un viaggio complesso, ma completo e affascinate per la madre di mio papà. E, ancora oggi mi chiedo dove poteva aver trovato tutta quella energia universale, per crescere i suoi figli. Una risposta esiste ed è quella che solo attraverso i veri sacrifici, si poteva avere una stretta connessione con la realtà. Anche se la miseria era all’ordine del giorno, per la Teresa, nulla era irraggiungibile. Ogni mattina, in ogni stagione, dell’anno, sulla tavola un bicchiere di latte non mancava mai, come un uovo sbattuto e montato a zucchero. E, ci trovavi pure il pane cotto nel forno a legna, e dei salumi nostrani, come i formaggi da taglio. Non c’era certo la carne pregiata, o il pesce fresco, ma un barattolo di fagioli e gli ortaggi dell’orto coloravano la tovaglia. La nonna non viveva d’illusioni dell’ego, anzi era capace sempre di sorridere, nonostante aveva perso il marito e davvero poco o nulla. Eppure il senso di pathos e del sacrifico non le mancava mai tra una sigaretta e l’altra che si “cuciva” da sola.

E, poi ogni sera ti voleva accanto a se, dopo un semolino caldo, per la preghiera della notte. Ehhh, si, non era una persona vuota, ma in grado di combattere mai si fosse diffusa una pandemia, quel virus che oltre a mietere morti, non sa dare un valido supporto alla politica in grado di guarire, anzi riesce a dividere, a minare paure incondizionate. Ma cosa ne sanno i politici, di sacrifici. Mica conoscono il sentiero di Buddha, quello che risiede nella rinuncia e nella compassione, nella pratica della fratellanza.

La nonna e la parola sacrificio hanno coinvolto non solo la sua esistenza, ma un percorso spirituale che ha avvolto con foulard di lana tutta la famiglia.
Oggi più che mai è fondamentale allontanare ologrammi negativi, se non si vorrà spogliare del tutto l’uomo. Oggi più che mai, che abbiamo visto da vicino gli occhi dei cinesi, è determinante ritornare un poco alle origini per meritarci il dono della vita e annientare con il sacrifico il male, per continuare il cammino della libertà.

Non nascondiamoci, ma facciamo trovare, per non creare disordini inutili, la vita è sempre una scena e come canta Claudio Baglioni: 1.000 giorni di me e di te… sempre nel sacrifico comune, per un domani migliore.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Imagoeconoica

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