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I PROBLEMI IN CASA INEOS

L’arrivo in coppia di Kwiatkowski e Carapaz, al termine della diciottesima tappa del Tour de France, vinta dal primo, non ha che addolcito un po’ l’amaro in bocca della Ineos, vincitrice, prima come Sky e poi con l’attuale nome, della Grande Boucle sin dal 2012, con la sola eccezione della vittoria di Vincenzo Nibali nel 2014.

Partita con i favori del pronostico ed il numero uno sulla maglia di Egan Bernal, il Team britannico non pensava certo di consolarsi con la splendida cavalcata e vittoria odierna, proprio perché aveva tra le proprie fila il vincitore dell’edizione 2019 ed uno squadrone ritenuto adatto a dominare ancora una volta la corsa gialla.

Così invece non è stato e lo smacco è certamente enorme, perché nessuno (forse) pensava potesse finire nel peggiore dei modi per il colombiano, alla fine sconfitto e ritirato, causa mal di schiena e problemi ad un ginocchio, sicuramente veri, ma altrettanto sicuramente amplificati da una condotta imprevedibilmente negativa.

Le avvisaglie però in casa Ineos c’erano state già al Delfinato, dove Bernal si era ritirato dopo la terza tappa, quando già pagava dazio da Roglic e non solo, con il mal di schiena come causa, cosa che il team si era affrettato a minimizzare, indicando esclusivamente come “precauzionale” l’abbandono del vincitore del Tour 2019.

La breve corsa francese aveva però messo in evidenza non solo i problemi di Bernal, ma anche una situazione generale non del tutto tranquilla, dato che il primo degli Ineos nella classifica finale era risultato Sivakov (undicesimo a 3’1′”), mentre Gerain Thomas era finito al trentasettesimo a 53’38” Froome e addirittura settantunesimo a 1h26’14”, risultati tutt’altro che esaltanti, cui si aggiungeva il rifiuto di Thomas relativamente alla propia partecipazione al Tour, evidentemente ancora “scottato” dallo scippo (o perlomeno così da lui ritenuto) di quello che nel 2019 avrebbe dovuto essere il suo scudiero e che invece lo aveva “fregato”, portandogli via il secondo successo francese.

Così, dirottato lo stesso Thomas sul Giro d’Italia ed un inguardabile Froome verso la Vuelta, era stato convocato in tutta fretta lo scontento Carapaz (che avrebbe voluto difendere il proprio numero uno al Giro) per “scortare” il capitano alla Grande Boucle; i risultati sono invece oggi sotto gli occhi di tutti, con Bernal a casa ed il resto della truppa a fare corsa libera, con risultati finalmente degni di una grande squadra.

Problemi interni dunque ma non solo per la Ineos, che come già detto nei giorni precedenti altro non è che la Sky con un altro nome, ma evidentemente incapace, dopo la fermata prolungata della stagione causa Covid, di usare le proprie alchimie come nelle precedenti stagioni; se poi queste alchimie siano solamente scienza applicata allo sport, o ci sia altro, lo sapremo “forse” tra dieci/venti anni, ma (è un’idea del tutto personale) ci sarebbe da stupirsi se, come nel caso di Armstrong, ci trovassimo di fronte a vittorie non del tutto frutto delle abilità fisiche dei corridori? Iniziare a vincere grandi corse a tappe (specie il Tour oppure il Giro e la Vuelta) alla soglia dei trent’anni, è davvero solo perché ci si alimenta ed allena in maniera scientifica?

La risposta ce la daranno i posteri, ma il 2020 ha dimostrato che la scienza non sempre serve, anche se a ventitré anni si può incappare nella stagione storta; il resto della stagione, le prossime grandi corse potrebbero già darci una prima risposta, mal di schiena, asma e “paturnie” varie permettendo, naturalmente.

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Ansa

scrivi a: direttore.costantinieditore@gmail.com

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