Tra i grandi fiumi, due su tre sono interrotti da dighe o altre opere: ecco la nuova fotografia dell’impatto dell’uomo sulla natura e la biodiversità.

I lunghi fiumi che scorrono con ininterrotta continuità dall’origine alla foce sono ormai una rarità: uno studio pubblicato su Nature di un paio di anni fa mette in evidenza come quasi due terzi dei fiumi più lunghi della Terra abbiano subito una o più “battute d’arresto” nel loro percorso a causa di dighe, bacini di raccolta, interventi di regolazione dei flussi o altre forme di sbarramenti artificiali.

Solo il 37% dei fiumi più lunghi di 1.000 km è ancora libero di scorrere senza ostacoli per tutta la sua lunghezza, e solo il 23% fluisce senza interruzioni fino al mare.
Le grandi vie d’acqua garantiscono la sicurezza alimentare a centinaia di milioni di persone, perché forniscono sedimenti fertili per l’agricoltura, mitigano gli effetti di siccità e inondazioni e contribuiscono alla salute dei loro ecosistemi. Oggi però alcuni di questi fiumi si stanno lentamente prosciugando come il Po.

Gran parte dei lunghi fiumi ancora liberi di scorrere si trova in regioni remote di Artico, Amazzonia e Congo, ma proprio nel bacino amazzonico è atteso un boom di opere di ingegneria idraulica per la generazione di energia idroelettrica. Nelle aree più densamente popolate del Pianeta rimangono pochissimi fiumi ininterrotti, come l’Irrawaddy (Myanmar) e il Salween (Asia sud-orientale).

A cura di Claudio Piselli – Foto Imagoeconomica

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