La storica facciata del Comune di Bologna

Giuliano Roversi era mio vicino di casa quando studiavo a Bologna, abitavamo in uno stabile che abbisognava di opere di risanamento, in via della Grazia, accanto al mitico Cinema Excelsior, sala che frequentavamo assiduamente, come antistress, il giorno prima di ogni esame. Ebbene, Giuliano era un anarco-comunista molto agguerrito, e quando, davanti ad una piada e ad un litro di rosso, si parlava di politica, partiva con l’elenco di tutto quello che andava abolito, dallo Stato, alle classi sociali, fino ad arrivare alla proprietà privata e al denaro, infatti a pagare ero sempre io. Citava Carlo Cafiero a memoria e, nella tasca della giacca portava sempre con sé una copia dell’opuscolo “Aux travailleurs manuels partisans de l’action polique” scritto nel 1876 da un internazionalista francese di nome François Dumartheray. Dopo la Laurea in Filosofia con una tesi dal titolo: Le origini dell’anarchismo filosofico, sparì dalla circolazione non prima di avvisarmi che avrebbe voluto fondare una comune in Umbria con dei compagni di sventura, invitandomi poi ad unirmi a loro. Per almeno vent’anni, di Giuliano, non seppi più nulla se non una cartolina raffigurante Pyotr Kropotkin il cui indirizzo del mittente era Via Sogni di Gianni Rodari n. 1000 – Lecco.

Scopriì più tardi che quella era una via fittizia, di quelle istituite dall’anagrafe, territorialmente non esistente ma equivalente in valore giuridico. Trascorsero altri cinque anni e del compagno Giuliano Roversi avevo solo uno sbiadito ricordo ormai troppo lontano quando al Photofestival di Milano, dove ero stato trascinato da un’amica fotografa stenopeica, lo vidi che indossava un abito in velluto marrone con camicia blu notte, taglio dell’equipaggio ai capelli, barba scolpita e ben curata, adatta al suo stile, scarpe mocassino in tinta senza calzetti, Chanel Anteus che lo precedeva di almeno tre metri. Rimasi stupefatto da quel radicale cambiamento d’aspetto, tanto da scambiarlo per un eventuale gemello. Era lui.

Mi spiegò, quasi scusandosi, che nel suo lungo peregrinare, aveva conosciuto una modella, con la quale aveva allacciato una breve relazione, che vedendolo camminare scalzo, lo propose come modello piedista. I suoi piedi, a detta degli esperti, erano snelli, ma non troppo stretti, con dita affusolate e proporzionate, perfetti per essere immortalate con o senza un paio di scarpe. Poi si mise a spiegarmi l’importanza dei piedi nel mondo della moda e le enormi richieste di collaborazione, dalle aziende produttrici di scarpe, per le proprie campagne pubblicitarie. Da quel momento in poi, cominciò a curarsi i piedi in maniera maniacale, uno scrub con pietra pomice e zucchero misto a olio, almeno una volta a settimana. La sera, crema idratante in grande quantità, e ai piedi cominciò a portare scarpe aperte sul davanti dove il peso andava distribuito uniformemente.

Si trasferì da Lecco a Milano e si legò ad un’agenzia che lavorava, esclusivamente, con singole parti del corpo. Dopo quell’incontro inaspettato, persi nuovamente le sue tracce fino all’altro ieri, quando lo trovai sdraiato in una panchina nel parco urbano, vestito con pantaloni neri con elastico in vita, camicia bianco sporco, giacca nera con toppe, un guanto di lana, scarpe da ginnastica vecchie e logore. Mi parlò di una micosi chiamata “piede d’atleta” che lo costrinse ad abbandonare la carriera di modello.

Provò con prodotti antimicotici in pomata, polvere, spray, senza ottenere alcun risultato, poi passò a farmaci più potenti, ma i risultati non arrivarono. Infine, su consiglio del suo medico di base, decise per la rimozione completa delle unghie infette, ma la convalescenza per la ricrescita delle nuove unghie fu di circa un anno e, il circo della moda, non poteva aspettare.

Oggi, Giuliano, è diventato il Socrate dei più deboli, quelli che indossano abiti e scarpe usate e non hanno una dentatura bianca e splendente. Nel suo pritaneo socratico, Giuliano accoglie ogni cittadino benemerito, a spese dello Stato, e se gli chiedono dove sono le sue unghie, lui risponde con le parole del poeta, “in vacanza a Lima.”

A cura di Marco Benazzi – Foto Imagoeconomica

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