Il numero dei giornalisti aggrediti è in costante crescita: +87% nel 2020, +21% nei primi nove mesi del 2021. Non parliamo poi della quantità d’insulti e offese che ricevono quelli che hanno seguito, ad esempio, le manifestazioni dei no/vax e/o no/green pass. Lo stesso vale per i fotografi e gli operatori che usano gli occhi per raccontare. Recentemente un collega freelance di Bologna è stato aggredito, minacciato e portato in Tribunale per aver fatto il suo mestiere: partecipare, osservare e raccontare quello che è d’interesse pubblico. Mentre fa il suo lavoro capita, anche, che debba scappare da chi ti vuole mettere le mani addosso. Poi ricevere una denuncia, cercare un avvocato, senza però avere chi ti aiuta per le spese legali.

In altri casi la tua foto finisce in una chat con centinaia d’invasati, trovandoti solo ad affrontare tutto questo. Allora ti chiedi se rifaresti la stessa cosa la prossima volta e con lo stesso spirito di prima. Intimidire un giornalista è come insultare chiunque svolge il proprio lavoro. Le vicende che accadono giornalmente sono l’occasione per fare alcune riflessioni di carattere generale.

In primis bisogna avere la consapevolezza che l’attrazione è nemica del buon giornalismo. Far convergere in una determinata direzione l’interesse generale crea tifosi ma distrugge il dibattito. Il giornalismo è ragionamento e vive in un rapporto scambievole con l’opinione pubblica. Per fare un esempio, raccontare il dibattito tra vax e no vax, con tutti i limiti che vi possono essere tra scienza e giornalismo.

Quello dell’attrazione è un tema profondo, che ha a che fare con gli algoritmi, con i social e con le bolle nelle quali siamo sempre più chiusi. Con il tema della moderazione dei contenuti sui social e del framing, il modo in cui questi sono presentati. Stupisce la pressoché totale mancanza di censura sociale verso gli episodi di aggressioni ai cronisti. Avviene anche perché è sempre meno riconosciuto il valore pubblico dell’informazione.

Il giornalismo non è un hobby, ma un lavoro a favore di chi legge, guarda o ascolta. Il giornalista ha molto da farsi perdonare ma pensiamo cosa sarebbe stata la pandemia o il lockdown senza l’informazione professionale. Sarebbe sparito il diritto dei cittadini a essere informati. Ci saranno stati errori, semplificazioni o approssimazione ma l’informazione è stata una luce accesa. Senza informazione c’è buio e paura, anche se ci s’illude del contrario.

Ricordiamoci che riusciremo a fare un passo avanti quando l’aggressione a un giornalista non sarà vissuta come un fatto “privato” ma come un fatto collettivo che riguarda la qualità del dibattito pubblico e principalmente della democrazia. In tal senso, il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna ha rilanciato “l’Osservatorio regionale sulla professione”, attivo con un monitoraggio costante sulle criticità del lavoro di tutti i colleghi. 

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Imagoeconomica

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