EMMANUEL MACRON PRESIDENTE FRANCESE

Sembra un paradosso di come sia preoccupante con l’ultimo conflitto, la sola idea che dopo l’invasione della Russia nei confronti dell’Ucraina, si possa parlare o peggio scatenare una guerra nucleare a livello mondiale.

Riteniamo che per l’umanità si bastato quando il più forte terremoto mai registrato in Giappone si sviluppò al largo della costa orientale del paese, alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi che inizialmente tutto andò come doveva andare. Erano le 14.46 dell’11 marzo 2011, dieci anni fa, e la scossa di magnitudo 9.1 aveva avuto epicentro a 97 chilometri di distanza dalla centrale. I sistemi di sicurezza percepirono il terremoto e automaticamente interruppero le reazioni di fissione nucleare. Allo stesso tempo attivarono i generatori di emergenza, per raffreddare i reattori, come previsto dai protocolli internazionali.

A non essere stata prevista era l’onda di oltre 14 metri che arrivò un’ora dopo, che avrebbe causato un incidente che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica classificò come «catastrofico», secondo la sua scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici. Soltanto un altro incidente era stato inserito nella stessa categoria: quello avvenuto venticinque anni prima nella centrale ucraina di Chernobyl, pochi giorni fa attaccata terribilmente dall’armata russa, ma che grazie ad un miracolo è rimasta integra, spaventando tutta la popolazione inerme.
L’inadeguatezza dei sistemi di sicurezza della centrale di Fukushima portò alla parziale fusione dei noccioli di tre dei suoi reattori. Le successive esplosioni diffusero polveri radioattive per chilometri attorno alla centrale e costrinsero migliaia di persone ad abbandonare le proprie case per anni.

Il disastro riaccese i dibattiti sulla sicurezza dell’energia nucleare in tutto il pianeta: in Germania le grandi manifestazioni di protesta della primavera del 2011 spinsero Angela Merkel a riprogrammare la chiusura di tutte le centrali del paese entro il 2022, che il suo governo in precedenza aveva previsto per una data successiva. In anni in cui si sta riparlando di investire sul nucleare per produrre energia senza ricorrere ai combustibili fossili, compensando così i limiti delle fonti di energia rinnovabili, conoscere cosa andò storto dieci anni fa nella centrale di Fukushima Daiichi è particolarmente importante per il futuro dell’umanità anche quando in atto ci sono guerre terribili causate da dittatori psicolabili.

La centrale nucleare di Fukushima Daiichi si trova 220 chilometri a nord-est di Tokyo, sulla costa dell’isola di Honshu affacciata sull’oceano Pacifico, e fu costruita tra il 1971 e il 1979. Comprende sei reattori nucleari ad acqua bollente: cioè del tipo in cui il calore prodotto dalle reazioni di fissione nucleare è usato per scaldare direttamente l’acqua e ottenere così del vapore, che aziona poi le turbine da cui si ottiene l’energia elettrica. La mattina dell’11 marzo 2011 solo i reattori 1, 2 e 3 erano in funzione; l’edificio del numero 4 era usato come deposito temporaneo per le barre di combustibile esausto.

Dato che non era disponibile acqua dolce, la Tokyo Electric Power Co. (Tepco), la società che gestisce la centrale, iniettò all’interno dei reattori acqua del mare (insieme ad acido borico) per cercare di raffreddarli. L’acqua fu gettata sugli edifici dei reattori usando anche elicotteri e idranti, per raffreddare le vasche contenenti combustibile esausto, che in assenza di raffreddamento si stavano a loro volta scaldando. Le barre di combustibile furono così raffreddate, ma non si fece in tempo a evitare che nei reattori 1 e 2 il combustibile fuso sfondasse i recipienti in cui era contenuto. Allo stesso tempo all’interno dei reattori il vapore generato dall’aumento di temperatura si mescolò a elementi radioattivi e idrogeno prodotti nella fusione.

Inizialmente il governo fece evacuare tutte le località in un raggio di 20 chilometri attorno alla centrale nucleare. Alla fine di marzo, il raggio di evacuazione fu esteso a 30 chilometri. Il materiale radioattivo si era diffuso intorno alla centrale perché, evaporando, l’acqua usata per raffreddarla si era diffusa nelle zone circostanti. L’acqua radioattiva era poi arrivata in mare passando dalle crepe e dai buchi negli edifici. Per evitarlo, la Tepco provò a riempire certe condutture di calcestruzzzo.

Ad aprile fu annunciato che tutte le vie attraverso cui l’acqua contaminata arrivava in mare erano state sigillate, e alla fine del mese la Tepco cominciò a isolare l’acqua usata per raffreddare il reattore (e quindi radioattiva) all’interno di grandi contenitori distribuiti intorno alla centrale. A luglio si potè riattivare il sistema di raffreddamento dei reattori e a dicembre l’allora primo ministro Yoshihiko Noda dichiarò che la situazione nella centrale era stabile e sotto controllo.

Due persone che lavoravano nella centrale morirono il giorno del terremoto, ma non a causa delle radiazioni. Almeno 16 lavoratori furono feriti durante le esplosioni e decine furono esposti in una qualche misura alle radiazioni, ma non ci furono morti legate alla diffusione di materiale radioattivo subito dopo il disastro. Negli anni tuttavia alcuni dei lavoratori esposti alle radiazioni hanno sviluppato dei tumori: nel 2018 il governo giapponese riconobbe il legame tra la morte di uno di loro, per un cancro ai polmoni diagnosticato nel 2016, e le radiazioni, risarcendo la famiglia del lavoratore.

Per quanto riguarda le responsabilità dell’incidente, un’indagine commissionata dal parlamento giapponese concluse che il disastro si verificò perché la Tepco non aveva attrezzato i sistemi di sicurezza della centrale per fronteggiare un evento come il terremoto e il successivo tsunami del 2011. In particolare la posizione dei generatori era sbagliata: si trovavano troppo in basso, e per questo furono colpiti dall’acqua dello tsunami. Tre ex dirigenti della società furono accusati di negligenza e processati, ma nel 2019 furono assolti. Fu però stabilito che il governo giapponese condivideva la responsabilità dell’accaduto con la Tepco e per questo era tenuto a risarcire le persone costrette ad abbandonare le proprie case e città.

Dallo tsunami del 2011 a oggi i lavori per rimuovere il materiale radioattivo dalla centrale di Fukushima Daiichi e metterlo in sicurezza non sono mai finiti, e continueranno ancora a lungo: la Tepco prevede che ci vorranno ancora altri trent’anni di lavoro per recuperare tutte le barre di combustibile non danneggiate, quello che si era fuso, smontare i reattori e gestire l’acqua contaminata. Secondo il governo giapponese, smantellare la centrale costerà in totale l’equivalente di 64 miliardi di euro, ma i tempi e di conseguenza i costi potrebbero essere maggiori.

L’altra cosa più difficile sarà decidere cosa fare dell’acqua contaminata e attualmente contenuta in più di mille grandi serbatoi: ce n’è per più di 1 milione di tonnellate, come 400 piscine olimpioniche. L’acqua è già stata in parte pulita dagli elementi radioattivi, ma non è possibile rimuovere il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno.
Dato che il trizio è relativamente poco pericoloso per la salute umana ed è naturalmente presente nell’acqua del mare e nell’atmosfera, il governo giapponese vorrebbe disperderlo gradualmente nell’oceano Pacifico. Questa soluzione è però contestata da gruppi ambientalisti e dall’industria della pesca, quindi non si è ancora deciso cosa fare: servirà una decisione nel prossimo anno, dato che Tepco prevede che finirà lo spazio per stoccare l’acqua contaminata entro l’estate del 2022.

E se la guerra in atto non avrà un cessate il fuoco in fretta, con gli atomi che impazziranno potrebbero esserci più di ottanta milioni di morti; come dire Putin ha tra le mani la possibilità di fare scatenare la più grande pandemia di coronavirus di guerra che proprio oggi si apprende sia stata scaturita da un laboratorio cinese e non per effetti naturali da pippistrelli.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Imagoeconomica

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