Massimo Troisi nacque a San Giorgio a Cremano il 19 febbraio 1953 e morì al Lido di Ostia il 4 giugno 1994. 
Principale esponente della nuova comicità napoletana nata agli albori degli anni ’70 e soprannominato “il comico dei sentimenti” o il “Pulcinella senza maschera» è considerato uno dei maggiori interpreti nella storia del Teatro e del Cinema italiano. Formatosi sulle tavole del palcoscenico ed istintivo erede di “Eduardo” e di “Totò” fu accostato anche a Buster Keaton e Woody Allen. Cominciò la sua carriera assieme agli inossidabili amici del gruppo I Saraceni, divenuto “La Smorfia” (Lello Arena ed Enzo Decaro). Il successo del trio fu inatteso e immediato e gli consentì di esordire al cinema con “Ricomincio da tre” (1981), il film che decretò il suo successo come attore e come regista. Dall’inizio degli anni ’80 si dedicò esclusivamente al cinema, interpretando 12 film, cinque dei quali diretti da lui stesso.
Affetto da gravi problemi sanitari al cuore sin dall’infanzia, morì prematuramente nel 1994 a Roma, all’Infernetto. La causa fu un “attacco cardiaco”, conseguente a febbri reumatiche; il giorno prima aveva terminato la sua ultima pellicola, “Il Postino“, per la quale fu candidato ai premi OSCAR come miglio attore e per la miglior sceneggiatura non originale nel 1996.
Adoperò uno stile personale, che esaltava una capacità espressiva sia verbale sia mimica e gestuale con la quale univa ruoli prettamente comici a quelli più riflessivi. Troisi indicò al cinema italiano una via per un’escursione rivitalizzante con in più uno sguardo attento alla società italiana ed alla Napoli successive al terremoto del 1980, alle nuove ideologie, al femminismo, all’autoironia crescente e all’affermazione della soggettività individualista. Con lui nacque il nuovo tipo napoletano dell’antieroe, la vittima dei tempi moderni, un personaggio fragile che riflette tuttora i dubbi e le preoccupazioni delle nuove generazioni.
Occasionalmente si distinse anche al di fuori della recitazione, lasciando altri contributi: scrisse infatti “O ssaje comme fa ‘o core”  una poesia messa in musica dall’amico Pino Daniele, un’allusione tanto alle patologie al cuore (comuni a Troisi e Daniele) quanto al romanticismo.
Massimo Troisi era quinto dei sei figli di Alfredo Troisi (1911-1999), ferroviere, e di Elena Andinolfi (1917-1971), casalinga. Nel 1951 la famiglia si trasferì al numero 31 di via Cavalli di Bronzo (lo stesso indirizzo che il padre del suo futuro personaggio Gaetano darà alla Madonna nella sua supplica serale in “Ricomincio da tre“) assieme ai nonni materni, uno zio e una zia con i loro cinque nipoti. Riscosse il suo primo successo nel mondo dello spettacolo ancora neonato, quando la madre Elena spedì una sua foto all’azienda alimentare “Mellin, che lo scelse come testimonial per una campagna pubblicitaria del latte in polvere.
Colpito da bambino da febbre reumatica, sviluppò una grave degenerazione della valvola mitrale, complicata dallo scompenso cardiaco che gli sarà fatale. «Ricordo che rimanevo a letto, avevo 14, 15 anni e lucidamente, quasi come un adulto, sentivo che di là, in cucina, si stava parlando del mio problema, di cosa fare» dichiarò una volta in un’intervista, confessando come la gravità del suo problema di salute avesse turbato da sempre la sua esistenza. Nonostante i problemi di salute, di cui non amava parlare (solo i familiari e gli amici intimi ne erano a conoscenza), affascinato già da adolescente dall’arte, Troisi cominciò a costruirsi un futuro, scrivendo poesie e dedicandosi al teatro. Da giovanissimo vinse un premio locale di poesia ispirata alla figura di Pier Paolo Pasolini, uno degli autori che più apprezzava allora.
Ad appena quindici anni, mentre frequentava l’istituto tecnico per geometri, esordì nel teatro parrocchiale della chiesa di Sant’Anna, vero prolungamento dello spazio domestico, insieme con alcuni amici d’infanzia, tra i quali Lello Arena, Nico Mucci e Valeria Pezza. Troisi era una persona molto timida e, almeno all’inizio, credeva di non essere capace di recitare sul palco, davanti a un pubblico. In seguito, stando là ‘n coppa con le luci in faccia, senza vedere la gente che stava sotto a guardare, si accorse invece di sentirsi a proprio agio. Gli venne voglia di continuare e di cominciare a scrivere alcuni piccoli atti unici L’esordio sul palco del teatro parrocchiale accadde per l’improvviso forfait di uno degli attori protagonisti. In quell’occasione conobbe Arena, destinato a diventare suo grande amico e principale “spalla” teatrale e cinematografica, ma soprattutto si affacciò alla commedia dell’arte, guadagnando un particolare apprezzamento del pubblico di San Giorgio a Cremano.
Nel febbraio del 1970 Troisi, assieme a Costantino Punzo, Peppe Borrelli e Lello Arena, mise in scena una farsa di Antonio Petit, ‘E spirete dint’ ‘a casa ‘e Pulcinella. Petito, uno degli ultimi grandi Pulcinella napoletani, affascinava molto i ragazzi, e in particolare Massimo, che nella celebre maschera intravedeva una forza nuova, nascosta. “Ho cominciato a scrivere io” raccontò Troisi. “Già scrivevo poesie, ma solo per me, poi ho cominciato a buttare giù canovacci e tra parentesi mettevo ‘lazzi’, quando si poteva lasciare andare la fantasia. A me divertiva proprio uscire coi ‘lazzi’, improvvisare, per poi tornare al copione. Era il momento del teatro alternativo d’avanguardia e tutti volevano usare Pulcinella. Rivalutarlo. C’era Pulcinella-operaio, e cose del genere. A me questa figura pareva proprio stanca. Pensavo che bisognasse essere napoletano, ma senza maschera, mantenere la forza di Pulcinella: l’imbarazzo, la timidezza, il non sapere mai da che porta entrare e le sue frasi candide“. Cominciò a vestire i panni di Pulcinella in spettacoli domenicali, ma, deciso a staccarsi dal canovaccio secentesco per entrare negli schemi d’intrattenimento della comicità moderna, si decise a portare in scena il proprio materiale
Con gli amici del teatro, il gruppo “Rh-Negativo”, composto tra gli altri da Renato Barbieri, Lello Arena, Peppe Borrelli, Costantino Punzo, Pino Calabrese, Lucio Mandato, Gennaro Torre, Gaetano Daniele, ai quali si aggiunse qualche tempo dopo Enzo Decaro, recitò in diversi spettacoli. Il primo fu Crocifissioni d’oggi, in cui Troisi si firmò – insieme con Beppe Borrelli – per la prima volta come autore e regista, raccontando delle lotte operaie, di ragazze madri, di emigrazione e di aborto. A questo spettacolo seguì, tempo dopo, Si chiama Stellina, commedia brillante in due atti di Troisi. Il parroco della chiesa di Sant’Anna li invitò a trovare un nuovo spazio più idoneo dove poter rappresentare quelle tematiche d’avanguardia sociale. Così il gruppo affittò un garage in via San Giorgio Vecchio 31 dove venne fondato il “Centro Teatro Spazio“. Qui inaugurarono un tipo di teatro che attingeva alla farsa napoletana e al cabaret. Il consenso del pubblico ottenuto al teatro non compensava però lo stile di vita dell’artista e dei suoi compagni: il gruppo, durante gli inizi spesso non veniva neanche pagato e recitava quasi esclusivamente per gusto e per passione. Non potevano neanche permettersi abiti eleganti e accessori raffinati. Il tutto era quindi svolto in maniera volutamente grossolana, con Troisi sempre in calzamaglia nera o, comunque, con abiti semplici, e con scene e costumi piuttosto scarni ed essenziali.
Nel 1976 il ventitreenne Troisi si sottopose a un intervento alla valvola mitrale a Housto, negli USA. Alle spese del viaggio contribuì una colletta organizzata, tra gli altri, dal quotidiano di Napoli “Il Mattino”.  L’intervento, eseguito da Michael E. DeBakey, uno dei più famosi e importanti cardiochirurghi di sempre, ebbe esito positivo e l’attore, quando rientrò in Italia, riprese immediatamente l’attività teatrale con gli amici di sempre.
Dopo alcuni spettacoli al Teatro Sancarluccio di Napoli e ad altri sui palcoscenici di tutta Italia, nonché alla trasmissione radiofonica Cordialmente insieme, il gruppo ebbe un rapido successo che gli consentì di approdare al cabaret romano La Chanson, dove furono notati da Enzo Trapani e da Giancarlo Magalli, rispettivamente regista e autore dei testi del programma televisivo “Non Stop“.
Dopo essere stati sottoposti ad alcuni “esami”, il trio esordì in televisione, ottenendo ottimi consensi e un successo nazionale.
Dal 1979 all’inizio degli anni ottanta, il trio de La Smorfia mise in scena una vasta gamma di sketch in cui vennero presentate le caricature, abilmente costruite, dei più diversi tipi umani e sociali. Usando battute giocate sull’espressività di più linguaggi, da quello verbale a quello mimico-gestuale, e ironizzando su tutto, dalla religione alle tematiche sociali più disparate, La Smorfia cercò di fuggire dal luogo comune di Napoli per ottenere consensi dal profondo, giocando sui pudori, sulla timidezza, su quello che in realtà sulla scena veniva sottinteso, piuttosto che detto. Ciò determinò il grande successo del trio che, dopo l’esordio con “Non stop“, approdò anche in “Luna Park”, il programma del sabato sera condotto da Pippo Baudo, prima di sciogliersi definitivamente agli albori degli anni ottanta.
Mentirei se dicessi che l’intesa è venuta meno solo sul piano artistico», dichiarò Troisi in un’intervista: “In effetti si erano create anche delle divergenze sul piano dei rapporti umani, specialmente tra me e Decaro. Siamo fatti diversamente, non so chi abbia ragione, ma al punto in cui eravamo occorreva un out definitivo. Poi c’è stato anche il fatto che non riuscivo più a scrivere mini atti per tre. Diciamo la verità: La Smorfia mi limitava. Per me che intendo dire tante cose, era come muovermi in un cerchio chiuso. Avrei potuto adagiarmi, tirare avanti per altri 4-5 anni e fare un sacco di soldi”.
Del trio restano memorabili gli sketch dell’Annunciazione, quando Troisi vestiva i panni dell’umile moglie di un pescatore scambiato da un Lello Arena Arcangelo Gabriele per la Vergine Maria, o quella di Noè in cui l’attore napoletano cercava, con una furfanteria tutta infantile, di ottenere dal Patriarca (Arena) il permesso di salire sull’Arca, provando a spacciarsi per un animale immaginario, il minollo,  sentendosi dire da Cam (Decaro): “Già ci stanno!” riprova con altri animali inventati, irostocchi.
Negli anni ’80 passa al grande schermo
“Adesso vengono i giornalisti e mi chiedono: Troisi, tu che ne pensi di Dio? “Troisi, come si possono risolvere i problemi di Napoli?” – “Troisi, come si può esprimere la creatività giovanile?” –  Ma che è? Pare che invece ca ‘nu film agg’ fatto i Dieci Comandamenti”.
All’inizio degli anni ottanta l’industria cinematografica italiana stava attraversando una fase critica: allo scarso afflusso di pubblico nelle sale andava ad aggiungersi la brutta sensazione del prosciugamento delle idee. In un tale frangente fu agevole per Troisi il passaggio dal piccolo al grande schermo, ma le prime proposte non lo allettarono: “C’era tutta una fascia della commedia che non si sa come chiamare, che non aveva più niente a che vedere con la grande Commedia all’Italiana, che veniva a offrirmi film. Io, forte del fatto che facevo teatro, ero contento di fare le mie cose, e per l’imbarazzo di dover fare quello che mi proponevano, ho sempre rifiutato. Ho letto diversi copioni scoraggianti e poi non mi piaceva come questa gente si presentava“.
Nel 1981 i produttori Fulvio Lucisano e Mauro Berardi alla ricerca di nuovi talenti scommisero sulle doti comiche di Troisi e, dato che era in procinto la produzione di un film diretto da Luigi Magni e basato sulla storia di “re Franceschiello“, gli proposero il ruolo del protagonista. La pellicola non vide mai la luce, poiché Magni accantonò quasi subito il progetto. Berardi, però, voleva lavorare a tutti i costi con l’artista napoletano e si ripresentò da lui proponendogli di scrivere, interpretare e dirigere un film tutto suo. Nel giro di un anno, con l’aiuto di Anna Pavignano, e Ottavio Jemma, Troisi completò la sceneggiatura di “Ricomincio da tre“.
La trama della pellicola è incentrata su Gaetano, interpretato dallo stesso Troisi, un giovane napoletano che, stanco della vita provinciale fatta di famiglia, di banali uscite con gli amici e di un alienante lavoro come venditore ambulante, decide di trasferirsi a Firenze in cerca di nuove esperienze. Il personaggio esprime la condizione di un giovane degli anni ottanta in una realtà particolare, quella della Napoli del dopo terremoto e in un momento storico in cui le donne rivendicano la propria affermazione mettendo in crisi l’identità maschile. Al giovane Gaetano, che da Napoli approda a Firenze, tutti chiedono se sia emigrante, in ossequio a una tradizione socio-culturale che vuole i giovani del Sud perennemente in cerca di fortuna nelle città più settentrionali dell’Italia, e Gaetano ci tiene a precisare che un napoletano può viaggiare anche per vedere nuovi luoghi, fare nuove esperienze ed entrare in contatto con una realtà diversa, come sta facendo lui, non necessariamente per emigrare.
Il film fu girato in 6 settimane con un budget di 400 milioni di lire, uscì nelle sale italiane il 12 marzo 1981 e conquistò immediatamente il pubblico (14 miliardi di lire al botteghino), tanto che una sala di un cinema di Porta Pia, a Roma, tenne in cartellone lo spettacolo per più di seicento giorni. Troisi fu la rivelazione della stagione cinematografica italiana. Vinse diversi riconoscimenti per la regia e per la sua interpretazione di Gaetano, due David di Donatello, tre Nastri d’Argento e due Globi d’Oro. Alcuni critici lo acclamarono come il «salvatore del cinema italiano», mentre altri lo accostarono ai due storici maestri del cinema partenopeo, Totò ed Eduardo, accostamenti che Troisi stesso, con grande modestia e umiltà, rifiutò: “No, a me sembra anche irriverente fare questo paragone. Ma non lo dico per modestia, perché non si fa il paragone con Totò o con Eduardo, questa è gente che è stata trenta-quaranta anni e quindi ci ha lasciato un patrimonio“.
Nel 1982, chiamato da “RAI 3”, all’interno della serie Che fai… ridi?! che presentava la generazione dei nuovi comici italiani, Troisi costruì il film “Morto Troisi, viva Troisi” in cui inscenò la sua morte prematura e dove la sua carriera venne narrata postuma. Il film è costruito sulla falsariga di un documentario televisivo, con un collage delle varie apparizioni del regista e spezzoni del suo film e delle sue interpretazioni in teatro. Troisi, parlando di sé e della propria morte, sovverte la narrazione introducendo elementi ironici e grotteschi, come, ad esempio, l’apparizione di Roberto Benigni, finto napoletano, che finisce con il parlare male del morto, Marco Messeri travestito da cavallo arabo, o Lello Arena nelle vesti di angelo custode.
Sempre nel 1982 partecipa, come soggettista e attore, nei panni di sé stesso, al film di Ludovico Gasparini “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, al fianco di Lello Arena. Nel film Troisi è l’attesissimo ospite del Primo Festival Nuova Napoli ed è l’obiettivo principale del personaggio interpretato da Arena, un maniaco assassino intenzionato a uccidere chiunque partecipi all’ambito festival. Nel finale del film viene brutalmente ucciso dal maniaco, legato a un organetto che suona ad alto volume “Faniculì faniculà” (che è anche il nome d’arte che il personaggio di Arena si è scelto per meglio indicare la sua missione) con la bocca tappata con un pezzo di pizza.
Nel 1983 firmò la sua seconda pellicola, “Scusate il ritardo”.  Le riprese cominciarono a Napoli il 20 settembre 1982 e vennero ultimate la prima settimana di novembre, ma il film uscì solo il 7 marzo 1983, a due anni di distanza dal primo. Troisi dimostrò subito di essere un autore scomodo per il sistema consolidato del cinema, in quanto realizzava pellicole quando ne aveva voglia, quando ne sentiva veramente l’esigenza. “Se ti perdi un film di Troisi” – dichiarò – “non succede niente, te lo puoi vedere tranquillamente tra due anni, oppure lo puoi perdere e ne vedi un altro“. Il titolo della pellicola è un riferimento sia al troppo tempo trascorso dal film precedente, del 1981, sia ai diversi tempi dell’amore e alla non sincronia dei rapporti di coppia. Nel film Troisi interpreta Vincenzo, un uomo titubante, timoroso di tutto ciò che potrebbe essere, di tutto ciò che potrebbe accadere. L’indecisione e la superficialità amorosa caratterizzano a fondo questo personaggio tanto emblematico quanto reale. Questa pellicola forse è quella maggiormente autobiografica: non vi si racconta infatti qualcosa che parte della sua vita, ma è l’espressione dei dubbi, dei timori e delle poche convinzioni dell’uomo Troisi. Il personaggio di Vincenzo è simile nei caratteri al Gaetano del film precedente, ma più timido e impacciato.
Con “Scusate il ritardo” Troisi ricrea anche una serie di personaggi-tipo, onnipresenti nel teatro di sempre; per esempio l’amico di Vincenzo, Tonino, interpretato da Arena, richiama in un certo senso il personaggio del vinto d’amore, già presente nella letteratura greca e latina. Il tema principale di Scusate il ritardo è infatti l’amore, il rapporto, tanto difficile, tra un uomo e una donna, tanto difficile soprattutto quando poi uno dei due, in questo caso Anna, interpretata da Giuliana De Sio, cerca nel partner una sicurezza, un amore che non potrà ricevere. Probabilmente è l’opera migliore di Troisi, timoroso di non bissare il grande successo ottenuto da “Ricomincio da tre”. La grande forza con cui egli scava all’interno del suo corpo, ma soprattutto della sua anima, conferisce al film un eccezionale spessore tematico, oltre a quello artistico.
Nel 1987, grazie al pareggio casalingo contro la Fiorentina, il Napoli allenato da Ottavio Bianchi vinse il suo primo scudetto e i tifosi esposero in una strada di Napoli un grande striscione azzurro con scritto Scusate il ritardo, parafrasando e rendendo omaggio così alla pellicola di Troisi.
Nel 1984 uscì “Non ci resta che piangere“, scritto, diretto e interpretato con l’amico Benigni. La pellicola narra le vicende di due amici che vengono catapultati, per uno strano scherzo del destino, nel lontano 1492. Molte le varie avventure in cui i due si trovano coinvolti, tra le quali il disperato tentativo di impedire la partenza di Cristoforo Colombo e la Colonizzazione delle Americhe. Il film nacque in un primo momento come la storia di due amici innamoratisi della medesima donna; motivo che li avrebbe poi portati a un violento litigio. Ma l’idea risultò giustamente banale ai due, nonché a Giuseppe Bertolucci, che condivise con loro il ruolo di sceneggiatore. Una volta poi accordatisi sulla trama, apparentemente semplice e lineare, Troisi e Benigni elaborarono la pellicola sull’improvvisazione; non esisteva un vero e proprio copione ma invece una sorta di canovaccio per qualche scena. Il costo di soli tre miliardi di lire per nove settimane di lavorazione (anche se ne erano previste otto) fruttò più di cinque miliardi di lire soltanto per quanto riguardava le prime visioni. Più di un miliardo di biglietti assicurarono al film di raggiungere la vetta della classifica degli incassi di quella stagione, scavalcando film come Ghoastbusters e Indiana Jones e il tempio maledetto. La coppia Troisi-Benigni funzionò a tal punto da essere accostata al duo Totò e Peppino come ripartizione dei caratteri: Benigni, tracotante ed esuberante, viene accostato al principe De Curtis, mentre Troisi, più mugugnone e titubante, a Peppino.
Nel 1986 recitò in un piccolo ruolo nel film diretto da Cinzia TH Torrini “Hotel Colonial” girato in Colombia. Troisi interpretò un traghettatore napoletano emigrato in Sudamerica che aiuta il protagonista nella ricerca del fratello.
L’anno successivo interpretò e girò “Le vie del Signore sono finite“, ambientato durante il periodo fascista. Il film segnò un passaggio importante nella sua evoluzione artistica. La qualità della regia, infatti, risultò molto migliorata, con soluzioni tecniche più raffinate e con un ritmo meno frammentato, dovuto anche alla migliore utilizzazione della macchina da presa, meno statica rispetto ai film precedenti. Troisi interpreta il ruolo di Camillo Pianese, un invalido “psicosomatico”, assistito dal fratello Leone (l’inseparabile amico di sempre Marco Messeri), lasciato dalla sua donna e che si trova a consolare un suo amico, malato autentico e innamorato della stessa donna senza essere ricambiato. Il film vinse il Nastro d’Argento per la miglior sceneggiatura.
A causa di una crisi cardiaca, rifiutò di interpretare un Pulcinella di Stravinskij in uno spettacolo teatrale diretto dal regista Roberto De Simone.
Nel triennio seguente collaborò come attore con Ettore Scola in tre film, i primi due con Marcello Mastroianni. Nel 1988 girò “Splendor” (1988), in cui interpretò il proiezionista Luigi, sognatore incapace di comprendere perché la gente non vada più al cinema. La pellicola non andò bene al botteghino ed è considerato dalla critica una delle prove peggiori di Scola. L’anno successivo fu protagonista di “Che ora è”  (1989), incentrato sui rapporti conflittuali tra padre e figlio interpretati rispettivamente da Mastroianni e Troisi. L’insolita coppia, stavolta, si aggiudicòex aequo la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla mostra del Cinema di Venezia e instaurò una profonda e sincera amicizia
Nel 1990 collaborò per l’ultima volta con Scola nel film “Il viaggio di Capitan Fracassa“, che collegò la commedia all’italiana alle antiche radici della “commedia dell’arte, in cui recitò nel ruolo di Pulcinella. Nel 2014 Scola raccontò di un progetto mancato, di un film quasi pronto e che poi non si concretizzò per la decisione dell’autore di non farsi più finanziare da Medusa. Troisi avrebbe dovuto interpretare un personaggio di nome Ettore, mentre il titolo della pellicola doveva essere “Un drago a forma di nuvola”.
L’ultimo film che Troisi scrisse, diresse ed interpretò è “Pensavo fosse amore … invece era un calesse” del 1991, con Francesca Neri e Marco Messeri. Con questo film Troisi decise di dar corpo a un’idea che aveva in mente da diverso tempo, come dimostrano le diverse incursioni sull’argomento nei suoi precedenti lavori: fare un film dove si parlasse esclusivamente di amore. Troisi analizza i sentimenti della coppia moderna e le difficoltà di portare avanti un legame tra un uomo e una donna. Forse fu il film che più di tutti mise a nudo l’interiorità dell’attore, le sue realtà più intime. I protagonisti, Tommaso e Cecilia, interpretati rispettivamente da Troisi e dalla Neri, si amano e si lasciano ripetutamente per poi tornare insieme, ma in realtà si sentono troppo diversi per riuscire a sposarsi ed essere felici. Proprio quando sono sul punto di farlo, nelle ultime sequenze del film, lui non trova il coraggio di presentarsi in chiesa: preferisce mandarle un biglietto per darle appuntamento in un bar vicino. Un calesse in opposizione all’amore, che Troisi immaginò quale unico fatto di governo della società che decise di proporre al pubblico, non ha ragione precisa (lo stesso regista lo ribadì più volte), eppure l’efficacia del contrasto sta proprio nell’aver accostato una parola così ricca di significati come amore a un’altra solo apparentemente senza senso come calesse.
Il successo del Film “Il Postino” è legato fondamentalmente ad un evento, ovvero a quando Nathalie Caldonazzo, ultima compagna di Troisi, gli regalò il libro “Ardiente Paciencia”, dello scrittore cileno Antonio Skarmeta, edito in Italia da Garzanti con il titolo “Il Postino di Neruda“, che narra la nascita di una grande amicizia tra un postino e il famoso poeta cileno Pablo Neruda. Dopo averlo letto, Troisi ne rimase entusiasta e ne acquistò i diritti per realizzarne una versione cinematografica e successivamente propose a Radford di dirigerlo e per convincerlo usò un piccolo inganno dicendogli che si era nel frattempo rivolto a Giuseppe Tornatore (regista all’epoca reduce dal grande successo di “Nuovo Cinema Paradiso”). La sceneggiatura fu scritta principalmente da Troisi, Radford e Furio Scarpelli. I tre si diedero appuntamento a Los Angeles per ultimarla. Troisi approfittò del suo soggiorno in America per recarsi a Houston ed eseguire un controllo sanitario prima dell’inizio delle riprese, nell’ospedale dove si era operato 17 anni prima. Il responso delle analisi fu infausto: Troisi apprese con sorpresa di doversi sottoporre con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, perché entrambe le valvole al titanio che gli erano state impiantate si erano deteriorate, ritrovandosi quindi costretto a ritardare l’inizio delle riprese, previsto per l’autunno del 1993. Durante l’operazione Troisi ebbe un infarto ed i medici riuscirono a tenerlo in vita solo faticosamente; rimase in ospedale un mese e mezzo e in questo periodo i medici gli consigliarono come migliore soluzione il trapianto. Coraggiosamente, Troisi decise di girare il film prima. Le riprese cominciarono nel marzo 1994 a Cinecittà, poi proseguirono prima a Salina e poi a Procida, l’isola che Troisi considerava in grado di suscitare “le emozioni giuste attraverso i suoi posti e la sua gente“, per concludersi infine di nuovo a Cinecittà. “Il Postino“, nel quale il ruolo di Neruda è affidato a Philippe Noiret, è ambientato tra il 1951 e il 1952, periodo in cui Neruda visse in esilio in Italia, ma è ben poco fedele al romanzo di Skármeta, apportando molte modifiche alla storia e cambiando completamente il finale.
Le condizioni di Troisi peggiorarono giorno dopo giorno, al punto da costringerlo a farsi sostituire da una controfigura nelle scene più faticose. In un’intervista, l’attore Renato Scarpa dichiarò che Troisi disse “questo film lo voglio fare con il mio cuore“. L’attore rivelò di amare particolarmente questa pellicola, al punto da considerarla parte della sua stessa vita. Per questa ragione e per l’accoglienza che gli era stata riservata dai procidani durante le riprese sull’isola, si impegnò a offrire il film in anteprima nazionale proprio in un locale di Procida; di questa proiezione non poté però essere spettatore, in quanto morì nel sonno poche ore dopo la fine delle riprese, il 4 giugno 1994, a Roma, nella villa della sorella Annamaria, all’Infernetto, stroncato all’età di 41 anni da un attacco cardiaco conseguente all’ennesimo episodio di febbre reumatica.
Il funerale è stato celebrato nella chiesa di Sant’Antonio, il 6 giugno, a San Giorgio a Cremano e le sue spoglie sono conservate nel locale cimitero insieme a quelle della madre e del padre.
Un vero napoletano ti saprà dire che cosa stava facendo e dove si trovava quello sciagurato pomeriggio del 4 giugno del 1994, il giorno in cui si apprese della morte di Massimo Troisi“.
Dopo la sua morte, Il postino ottenne un grandissimo successo, sia in Italia sia negli Stati Uniti d’America, e fu candidato a cinque premi OSCAR (tra i quali uno come miglior attore a Troisi, che diventò il quarto interprete di tutti i tempi a ricevere una candidatura per l’Oscar postumo), ma dei cinque si concretizzò solo quello per la migliore colonna sonora (scritta da Luis Bacalov).
Altre notizie:
Troisi aveva una tecnica e uno stile originale e fresco, mai portato in scena da nessun altro comico prima di allora. Attraverso il teatro, l’attore partenopeo cercò di mettere la vita parrocchiale in diretto contatto con i problemi più scabrosi della realtà, spezzando il filo che la legava al quieto vivere dell’esistenza familiare: “Penso che la religione, così come la famiglia, sia un potere difficile con cui convivere, un potere modificante. Mi accorgo che parlare di religione come miracolo, come Lourdes, è una mia costante. C’è in quasi tutte le cose che ho fatto, anche quando questo argomento non era calcolato. Perché ho sempre sentito la religione come un fatto strano, esagerato“.
Con le sue pellicole, Troisi cercò di inseguire una forma espressiva che indicasse una nuova strada al cinema italiano e spazzasse via i vizi della commedia decadente. Per questa ragione decise di affrontare nuove tematiche e rompere i soliti cliché della vecchia commedia. Nei suoi film non esistono più i personaggi partenopei «disoccupati, latin lover o camorristi» che sono maestri nell’arte dell’arrangiarsi. Al loro posto c’è l’antieroe che è timido, di una timidezza a tratti quasi adolescenziale. All’eloquio facile e battagliero oppone le balbuzie, le frasi monche, gli interrogativi senza risposte, il linguaggio mille volte più espressivo delle mani e degli occhi. Che si trattasse di timidezza simulata o vera poco importa. Sta di fatto che questo nuovo napoletano appare come uno che lotta con gli stereotipi imposti dalla napoletanità tradizionale: il napoletano che vuole viaggiare, non emigrare, cercando inutilmente di ribadire il concetto a chi si ostina a cucirgli addosso quell’etichetta. A muoverlo non è la ricerca del lavoro ma il desiderio di conoscenza, il desiderio di venire a contatto con altre realtà, diverse da quella triste e rinunciataria del Sud al quale appartiene. Il napoletano di Troisi non è per le grandi battaglie, per i gesti estremi, allo scontro preferisce la fuga, ma sempre intesa come protesta, come trasgressione.
Nonostante il tentativo di lottare contro gli stereotipi napoletani, Napoli è presente nelle opere di Troisi, ma non come realtà specifica o come fenomeno particolare: piuttosto, come frammento di una realtà di più ampio respiro che varca i confini regionali. È lo specchio dello smarrimento esistenziale, del crollo delle ideologie, delle sopraffazioni, delle ingiustizie, di una inaccettabile rassegnazione, che appartengono al vissuto di tutti, non solo dei napoletani. I personaggi interpretati da Troisi parlano napoletano, ma secondo l’attore, avrebbero potuto parlare qualsiasi altro dialetto: “Il mio personaggio parla napoletano e la gente dice è Napoli, ecco il napoletano e invece secondo me questo è un personaggio che parla napoletano, che si vede che tutta la sua esperienza, tutta la sua cultura viene da Napoli, però ha una visione più generale perché il personaggio forse poteva pure essere torinese“.
I personaggi di Troisi, poi, si muovono, in una società nella quale le donne hanno preso coscienza della loro parità con gli uomini e, talvolta, della loro superiorità. I personaggi femminili dei film di Troisi colpiscono per la loro decisione nell’affrontare la vita e finiscono per gettare nello sconcerto una generazione di maschi travolta dal femminismo, ma incapace di staccarsi da una tradizione troppo radicata.
Troisi suscitò grande interesse, non solo per il suo eccezionale senso del palcoscenico, ma soprattutto per il suo singolare linguaggio quasi afasico, dai ritmi sincopati, fatto di improvvisi rallentamenti e subitanee accelerazioni, pieno di pause, inciampi, borbottii. Questo era da una parte legato all’attualità e dall’altra impegnato a superarne gli stereotipi, a trascendere dalla realtà, strozzando la parola ed estraendo il ritmo della melodia, il suono del senso. Il linguaggio, una delle caratteristiche del teatro e del cinema di Troisi, è usato nelle sue opere con estrema forza: il napoletano, vera e propria lingua, caratterizza un’appartenenza storico-geografica fondamentale per la poetica e l’espressività dei suoi film.
È stato quasi un fatto ideologico, che forse oggi non ha più valore, non ha più forza, riscontro. Forse se cominciassi adesso a fare teatro a Napoli non avrebbe questa importanza l’uso del dialetto. E invece per anni o, almeno, in quegli anni, per me è stata come un’ostinazione; ma non tanto a usarlo quanto a non volerne uscire. Perché il napoletano io l’ho usato allora e lo uso adesso in modo normale, non spettacolare“.
La parlata di Troisi è come una “lingua confidenziale”, con la quale l’attore napoletano si sentiva a suo agio. Agli esordi Troisi ritenne prioritaria la questione della comprensibilità del suo linguaggio e perciò continuò a parlare unicamente in napoletano, nonostante all’epoca gli elementi “dialettali” venivano proposti con intransigenza ed estremismo. Troisi non se ne curò molto e affermò più volte, nel corso di interviste o apparizioni televisive, di saper parlare unicamente in lingua napoletana e che, comunque, era una scelta dettata dal voler mantenere le proprie radici culturali intatte.
Negli anni immediatamente precedenti e successivi al disastroso terremoto dell’Irpinia  nel 1980 e lungo tutto il decennio che ne seguì, Troisi rappresentò un modello per un’intera generazione di giovani napoletani (e non solo) che, intrappolati da un contesto socio-economico che rendeva estremamente difficile l’emancipazione, in primo luogo economica, consumò la sua esistenza o tra il timore di assumere le responsabilità della vita, di uscire da uno stato di perenne adolescenza, o di spezzare ogni cordone ombelicale con il proprio presente. Una gioventù maggioranza silenziosa, un modello meno esportabile rispetto al napoletano tipo prima rappresentato o stereotipato. Troisi dietro il vetro deformante della comicità restituì un’immagine di Napoli, dei napoletani, più vera di quella che emergeva in tante analisi sociologiche o in tante inchieste giornalistiche. E questa immagine veicolava e veicola ancora una denuncia: è un delitto lasciare che tanta gioventù si sprechi lasciandosi andare a una specie di onanismo esistenziale senza apparente via d’uscita. A distanza di anni dai suoi film, il pensiero dell’attore partenopeo è così attuale ed esercita sui giovani d’oggi – che vivono in una società apparentemente trasformata dalla rivoluzione informatica e dai processi della globalizzazione – lo stesso fascino di allora. Per l’anno scolastico 2012-2013, la Biblioteca Universiataria di Napoli, nell’ambito della propria attività didattica, propose alle scuole superiori di Napoli e provincia un progetto di studio per ricordare l’attore.
Antonio Ghirelli ha espresso così l’importanza di Troisi nella cultura italiana: “Ha interpretato con grande intelligenza, con istinto straordinario e con notevole finezza culturale un’importante fase di passaggio: dal vecchio comico napoletano, nutrito dalla commedia dell’arte, ambientato in un’atmosfera serena e ingenua, a un tipo moderno, sempre napoletanissimo ma nevrotico, tormentato al di là dell’apparente ironia e allegria, grande come Buster Keaton“.
La notorietà di cui Troisi gode in Italia è andata anche oltre i confini nazionali: ad esempio in America, dove la sua ultima pellicola, Il postino, fu accolto con grande entusiasmo. e il “The Washington Times” scrisse: “Il Postino rappresenta quel trionfo internazionale che Troisi sperava di avere e che non ha fatto in tempo a godersi”. Il “The York Times” aggiunse: «Troisi dà al suo personaggio una verità e una semplicità che significa tutto». L’attore Sean Conner, intervistato negli anni novanta, ha altresì dichiarato che gli sarebbe piaciuto girare un film con l’attore napoletano.
Riconoscimenti accademici:
2023 – Laurea magistrale Honoris Causa in Discipline della Musica e dello Spettacolo, conferita dall’Università degli Studi di Napoli Federico II.
A cura di Pier Luigi Cignoli – Foto ImagoEconomica 
Editorialista Pier Luigi Cignoli

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