Non è una novità ma adesso lo certifica anche la Cassazione. Il Fisco può ficcare il naso nel nostro conto corrente grazie ad una legge che risale al 1973. Dal 1991 sono partiti i primi controlli automatici, inizialmente limitati all’esistenza di un rapporto finanziario e dei dati anagrafici del titolare. Dal 2006, con la creazione dell’Anagrafe dei rapporti finanziari, l’intromissione è diventata più frequente.

L’elenco dei conti
Ogni anno tutti gli intermediari finanziari sono obbligati a inviare al fisco non solo l’elenco dei conti correnti, dei depositi, dei risparmi, delle polizze e delle cassette di sicurezza intestate a tutti i contribuenti, ma anche le consistenze patrimoniali, i movimenti e il valore di acquisti e vendite. Per finire nel mirino del fisco bastano scostamenti davvero minimi rispetto ai parametri stabiliti a tavolino dall’Agenzia delle entrate, sulla base delle statistiche Istat sul costo della vita.

La sentenza della Cassazione
Nella sentenza n. 8266 depositata il 4 aprile gli ermellini hanno stabilito, testualmente, “che l’Agenzia non ha l’obbligo di motivare la ragione per la quale ricorre alle indagini bancarie, né il loro svolgimento presuppone elementi indiziari, gravi, precisi e concordanti di evasione fiscale”. In altre parole, gli ispettori del fisco possono setacciare il conto corrente del contribuente senza chiedere il permesso a nessuno

Addio alla privacy
A farne le spese è stato un imprenditore finito nella rete del fisco per aver fatto nel 2004 e 2005 versamenti e prelievi che alle occhiute attenzioni degli ispettori sono risultati legati a qualche provento non dichiarato al fisco. Il contribuente ha deciso di rivolgersi ai giudici, vedendo la sua privacy violata, e ottenendo in primo e secondo grado sentenza favorevole. L’Agenzia delle entrate non si è data per vinta, ricorrendo in Cassazione e qui la musica è cambiata.

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