L’11 febbraio del 1929 è una data storica per il nostro Paese e, per certi versi, i nostri tempi ne portano ancora le conseguenze: Benito Mussolini e il regime fascista si accordano con la Chiesa cattolica, ponendo le basi di una
relazione che dura ancora oggi.
Nel Palazzo apostolico del Laterano nella Città del Vaticano, insieme al Cardinale Pietro Gasparri, segretario di stato
Vaticano, il “Duce” firmò tre documenti che mettevano fine alla disputa che da sessant’anni divideva la Chiesa cattolica e
lo Stato italiano. Il nome dei Patti, detti appunto “Lateranensi”, presero il nome proprio dal palazzo nel quale furono firmati.

Inseriti nella Costituzione del 1948 e modificati negli anni Ottanta, gli accordi costituiscono, ancora oggi, la base del rapporto tra Stato italiano, Città del Vaticano e Chiesa cattolica. Un piccolo, ma doveroso, passo indietro per comprendere il
clima, politico e storico, in cui tali Patti maturarono e per comprenderne l’importanza.
Dopo la formazione del Regno d’Italia, non vi era, effettivamente, alcun rapporto fra questi e lo Stato del Vaticano.

Il Papa si considerava un prigioniero politico e non aveva mai riconosciuto la formazione dello Stato d’Italia che, attraverso la Casa Savoia, nel corso del Risorgimento aveva invaso per ben due volte i territori dello stato della Chiesa, un tempo esteso a tutto il Centro Italia, fino a ridurlo alla sola città di Roma.
Dall’altro lato, il Regno d’Italia era ben consapevole di non aver risolto quella che già il Conte Cavour chiamava “Questione romana”, sede del potere temporale del Papa e, allo stesso tempo, capitale del regno.

Problema non di poco conto: in un’epoca e in un territorio in cui lo Stato era ancora confessionale, il Papa si considerava “prigioniero politico”: l’Italia non veniva riconosciuta come stato legittimo ed ai cattolici non era consentito (almeno ufficialmente) partecipare alla vita politica del paese. Una riconciliazione territoriale, geografica, forse, ma non ancora e non del tutto politica e religiosa. Con i Patti Lateranensi, Benito Mussolini sarebbe riuscito a rimarginare questa ferita rimasta ancora aperta.

Dal 1922 al 1926, Mussolini era riuscito a trasformare il paese in una dittatura con un unico partito e l’unica forza sopravvissuta alle violenze squadriste era rappresentata dalle Associazioni legate alla Chiesa cattolica.
Tra i leader fascisti c’erano molti anticlericali convinti, che sostenevano che spingevano Mussolini a far piazza pulita
delle associazioni cattoliche nello stesso modo brutale con cui erano state eliminate le organizzazioni della sinistra.
Mussolini però, prudentemente, non voleva andare allo scontro frontale con la Chiesa, ancora in grado di orientare
le preferenze di milioni di italiani, e preferì agire con prudenza.

Come in tutti i patti, quindi, vi fu una sorta di “do ut des”: Mussolini voleva addomesticare e ridurre allo stato di impotenza le organizzazioni cattoliche al fine di non avere più alcun ostacolo per esercitare il suo potere e, nel contempo, sarebbe passato come il salvatore della Patria, risanando la ferita aperta sessant’anni prima con la presa di Roma.
Tradotto in “politichese”, quello che Mussolini chiedeva alla Chiesa era di chiudere un occhio, talvolta anche due, di fronte alla violenza delle squadre fasciste e di ridurre l’autonomia delle organizzazioni cattoliche.

In cambio offriva di riconoscere la Città del Vaticano come un libero stato indipendente, prometteva finanziamenti ed esenzioni al clero cattolico e confermava le misure che davano una posizione di preminenza alla religione cattolica nello Stato italiano già attuate dal regime negli anni precedenti e che, oggi, sono motivo di scontro politico ideologico: il crocefisso obbligatorio in tutti gli spazi pubblici e l’insegnamento a scuola della regione cattolica.

La bilancia, però, era tutta dalla parte di Mussolini e del regime fascista: le organizzazioni giovanili cattoliche furono,
in un solo colpo, spazzate via per fare posto all’Opera Nazionale Balilla sostenuta dal regime; le attività dell’Azione cattolica furono limitate a quelle ricreative e spirituali. In “cambio”, il Papa accettò e riconobbe il Regno d’Italia con
Roma sua capitale e fu, a sua volta, riconosciuto dall’Italia come legittimo sovrano della Città del Vaticano (il cd. “Trattato”). Parte non meno importante, a corollario, fu il cd. “Concordato”, che regolava i rapporti tra stato e religione cattolica, assegnando a quest’ultima una serie di vantaggi, tra cui quello di essere riconosciuta come “religione di stato”.

Non mancò, come tutti i patti storici, un considerevole flusso di denaro: con la “Convenzione finanziaria” vennero regolati
i rapporti economici tra stato e chiesa (cioè la quantità di denaro che il primo avrebbe versato alla seconda). La firma dei Patti Lateranensi fu, per Mussolini, un successo celebrato non solo in Italia, ma in tutto il mondo, tanto che Pio XI, papa Ratti, due giorni dopo il Concordato, il 13 febbraio, nella sua allocuzione “Vogliamo anzitutto”, definì con gratitudine e ammirazione Benito Mussolini «come l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare».

Da molti definito il capolavoro del fascismo, da altrettanti definito come la pietra tombale per la Chiesa cattolica e le
sue organizzazioni, è innegabile che i Patti Lateranensi siano, e siano stati, importanti per l’Italia post fascista e
quella attuale. Non stupisce che dopo la guerra la Democrazia Cristiana, cioè il grande partito cattolico antifascista, spinse con forza affinché i patti venissero riconosciuti nell’ordinamento del nuovo stato repubblicano, cosa che puntualmente avvenne (i patti furono riconosciuti all’articolo 7 della Costituzione).

L’importanza dei Patti Lateranensi è testimoniata anche dal fatto che il Concordato tra regime fascista e Chiesa cattolica ha continuato a regolare i rapporti tra lo Stato italiano per quasi 40 anni dopo la caduta del regime. Soltanto nel 1984, dopo lunghi e difficili negoziati, il governo Craxi si accordò con la Chiesa per una serie di modifiche: la più importante fu la rimozione della clausola che definiva la religione cattolica la “religione di stato” dell’Italia, inserendo il finanziamento del clero attraverso il meccanismo noto come “8 x 1000”.

A cura di Avv. Costantino Larocca – Foto Imaoeconomica

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