Continuo a parlare dei nostri musicisti italiani, di notevole fattura artistica.
Oggi è la volta del batterista Fabrizio Sferra classe 1959, inizia la sua attività di musicista professionista nel 1979 con in “West Trio”, insieme al fratello Aldo.
Negli anni seguenti si afferma sulla scena jazzistica a fianco di prestigiosi musicisti italiani e internazionali  tra i quali: Chet Baker, Lee Konitz, Johnny Griffin, Toots Thielemans, Pat Metheny, Joe Pass, Kenny Wheeler, Massimo Urbani, Maurizio Gianmarco, Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Rita Marcotulli e Antonello Salis.
Dal 1983 al 1992, Fabrizio Sferra, con Enzo Pietropaoli, fa parte dello “Space Jazz Trio” di Enrico Pieranunzi. Questo trio nel 1988 è al primo posto nelle referendum indetto dalla rivista Musica Jazz come “Miglior Gruppo Italiano”. “
Con esso “ha tenuto concerti in Germania, Francia, Danimarca, Olanda, USA, India, Singapore e Cina.
Ha al suo attivo circa trenta incisioni a fianco di musicisti italiani e stranieri.
Svolge inoltre attività didattica presso l’Accademia Romana di Musica”.
(IL testo virgolettato è tratto dal sito oneline concertodautunno.it, aggiornato al 20/06/2004, fonte ufficiale stampa.
Gli eventuali dati sono stati autorizzati alla pubblicazione direttamente dal musicista Fabrizio Sferra, fonte ufficio stampa – 2004).
A distanza di dieci anni, nel 1998 e nel 1999, gli stessi referendum vanno alla formazione Doctor3,  Trio creato da Sferra, nel 1997 con Danilo Rea, al piano e Enzo Pietropaoli al contrabbasso, gruppo tuttora attivo e che fra l’altro, nel gennaio 2001 a rappresentato il jazz italiano nella storica “Town Hall” di New York. In più di due decenni di attività il batterista romano sono stati molti i festival internazionali al quale a preso parte: Umbria Jazz, Clusone Jazz Festival, Ravenna, Roma, Berlino, Francoforte, Colonia, Madrid, Copenaghen, Nantes, Singapore, New Dhely, Pechino e Chicago.
I progetti stabili di Fabrizio Sferra sono attualmente, con varie, come ho già detto il Trio Doctor3, il Trio Battaglia – Dalla Porta  – Sferra, il Quartetto  Changes, con Stefano Battaglia, Emanuele Cisi e Piero Leveratto, il Quartetto di Maurizio Gianmarco, Phil Markowitz, il Quintetto Megatones.
Inoltre svolge un’intesa attività didattica sul nostro territorio italiano con Seminari e Clinics collaborando, fra l’altro con la prestigiosa Scuola di Siena Jazz, con l’Accademia Romana di Musica e in America con la Saint Louis Music Accademy. Le sue esperienze  artistiche sono di ottima elevatura e di grande lavoro anche nel campo musicale, con successi notevoli e collaborazioni importanti.
Parlando del batterista Fabrizio Sferra, vorrei anche sottolineare che la sua tecnica è notevole la ritmica che imprime negli arrangiamenti e nelle improvvisazioni sono veramente giuste nell’accompagnamento sia in trio sia in quartetto si in formazioni di più elementi.
Il fattore quindi del batterista è di un fattore importante la ritmica essa è in tutti i generi sia classica che la musica leggera 8ntrnazio alé, come il Soul, il Blues, il Rhythm’s and Blues, il Rock e il Jazz la nostra musica di oggi, quella contemporanea.
“Ciò che è qui in discussione non è tanto presenza del ritmo o meno in musica (difficile, trovare musica totalmente priva di ritmo, essendone un pilastro imprescindibile), ma il suo ruolo è, soprattutto, il modo col quale viene utilizzato all’interno della musica e  in particolare, nel caso del jazz, nell’improvvisazione.
“La precisazione geografica… “in Europa” non è causale,  poiché quello che è accaduto alla musica dal Novecento, specie sul piano ritmico, è dipeso più dal contributo dei continenti extra europei, in particolare di due continenti americani e il motivo è presto detto ed è  storico; in estrema sintesi: le deportazioni degli schiavi africani nelle Americhe colonizzate dagli europei hanno portato un ricchissimo contributo ritmico, nuovo, fresco  decisivo, di chiarissima radice africana, alla cultura musicale presente in quei continenti ed esportata dall’Europa, generando progressivamente una nuova idea di musica che man mano si è evoluta nel corso dei secoli con spiccate qualità e complessità ritmiche.
Perciò, che piaccia o meno, il contributo degli afro-americani, non solo è presente in maniera decideva nel jazz e nella cosiddetta “popolare black music”, ma è riusciuscito a penetrare fortemente nella cultura musicale (e non solo musicale) americana dominata dai bianchi, ovviamente di origine ed estrazione  basilarmente europea. Ciò ha prodotto nei due continenti americani e nel tempo,  musiche come il Blues, il Gospel, lo Swing il Rhithm’s and Blues, il Rock, la Samba, la Bossa Nova (e il relativo Balanco, l’equivalente brasiliano dello Swing americano), l’Habanera e le musiche caraibiche, e moltissime altre ancora (l’incontro delle influenze etniche e colturali nei vari dialetti musicali in terra americana sarebbe particolarmente lungo), tutte musiche a forte caratterizzazione ritmica che hanno generato anche le relative danze intimamente connesse all’aspetto ritmico. Questo aspetto, che le lega il ritmo al movimento corporale e alla relativa esposizione del proprio corpo, non è un elemento secondario da considerare, poiché proprio della cultura americana è molto meno presente in quella europe, perlomeno nei termini intesi in quel genere di balli. Del resto in Europa la forte presenza storica delle dottrine religiose cristiane ((e in particolare cattoliche, con riferimento alla contro riforma uscita dal Concilio di Trento del 1545 a chiudersi nel 1563) aveva imposto rigide condizioni ai compositori e bandito l’esposizione “peccaminosa” della corporalità, tutte cose che certo non favoriva l’eventuale esaltazione di una spiccata cultura ritmica nella musica europea a venire”.
“Alla batteria, e in più in generale alle percussioni, si tende perciò di regola ad assegnare il compito dell’esplorazione del beat, assumendo così il ruolo di cuore pulsante della musica moderna, e nel jazz in particolare, la cui presenza per molto tempo è progressivamente mutato, nel senso che la presenza “necessaria” della batteria per segnare il tempo e esplicare il ritmo di una band man mano, se non è scemata è diventata in molti  così relativa. Ci domandiamo allora: si può generare musica “ritmica” e sviluppare il proprio senso del ritmo privandosidella batteria all’interno di una band? Tralasciando il caso specifico e particolare delle esibizioni in dolo ai fiati (Coleman Hawinks fu trai primi a incidere brani di quel tipo già negli anni Quaranta) in cui è il musicista a bastare a sé stesso anche sul piano ritmico, oggi più che mai la risposta dovrebbe esserci, ma se pensandoci bene non è nemmeno una novità così recente, tutt’altro.

Se pensiamo anche solo ai duetti Jelly Roll Morton e King Oliver del 1924 o a quelli di Louis Armstrong con Earl Hines del 1928, capolavori del jazz classico che manifestano una autentica esplosione di ritmo, la risposta verrebbe quasi in automatico e di conseguenza.

Tuttavia, occorrenotare come nei casi citati la presenza del pianoforte (Notoriamente strumento musicalmente completo e autosuficente) assuma chiaramente il compito sostituito di segnare ed esplicare il tempo per il solista e dagli sostegno ritmico. In questo senso il compito può essere assegnato, come è noto, anche al contrabbasso oltre che al pianoforte (nel jazzi duetti fiato – contrabbasso sono innumerevoli), in quella che assieme alla batteria non a caso si definisce “sezione ritmica”. Si deve però giungere agli esperimenti di Jimmy Giuffrè degli anni Cinquanta per arrivare alle estreme conseguenze della totale assenza di una sezione ritmica,  sfruttando il concetto di “ritmo implocito” e il senso innato del tempo dei solisti affiatati tra loro.
Le sue formazioni in trio prevedevano infatti musica estremamente ritmica e swingante con la totale assenza di sezione ritmica, sfruttando il concetto di “Ritmo Implicito” e il senso innato del tempo dei solisti affiatati tra loro. Le sue formazioni in trio prevedevano infatti musica estremamente ritmica e swingante con la totale assenza di sezione ritmica.  Se ne verrebbe a concludere che per manifestare il proprio senso del ritmo in musica è nel jazz in particolare, la presenza della batteria non sia dunque i dispensatore, ma è proprio così? Proprio a Paul Motion in poi ( e in particolare nel trio di Bill Evans) ha cominciato a prendere piede un certo uso più coloristico che ritmico della batteria, un uso che, almeno a personale modo di vedere, è arrivato alle estreme conseguenze di un vero e proprio abuso di buona parte, ad esempio delle più recenti incisioni ECM, secondo quella cosiddetta “estetica del suono” tanto declamata e imposta dal suo produttore Manfred Eicher che pare privare sempre più la  batteria dai compiti di esplicazione del beat proponendo una idea di musica improvvisata sempre meno ritmica e sempre più depurata dalla radice di stampo prettamente africana americana.Tale tendenza, e senza pretesa di impossibile generalizzazione, la si nota per lo più (e non a caso)  nei batteristi bianchi, come appunto Paul Motion, sottolineando tuttavia la presenza di dovute eccezioni, basti pensare a uno Shelly Manne, a un Buddy Rich (quest’ultimo in particolare una esplosione di ritmo e di tecnica batteristica quasi insuperabile) o a un Bill Stewart, e in particolare negli europei che non di rado mostrano dei limiti sul piano del sostegno ritmico e poliritmico al solista se paragonati ad una buona maggioranza dei colleghi afro-americani.
Minimizzare il compito storico e principale di propulsione ritmica e poliritmica della batteria, ci pare tenda ad indebolire quel sostegno ritmico al solista in grado di incalzarlo e sollecitarlo da tale punto di vista, portando ad una musica certo più riflessiva, posata, ma anche più decadente e ripiegata su se stessa, spesso compiaciuta e in sostanza, di minor forza e urgenza espressiva, come invece il jazz più creativo e d’impatto, per lo più di forte matrice afro-americana ha saputo essere nel corso della sua storia (e continua oggi ad esserlo […]”.
Fabrizio Sferra continua la sua attività di musicista  e di didatta con successo sia in Italia che all’estero.
(IL testo virgolettato “La batteria  e il ritmo, la pausa e il silenzio nel jazz e di Riccardo Facchi, ed è tratto dal sito oneline riccardofacchi.wordpress. com – 28 marzo 2022).
A cura di Alessandro Poletti – Foto Repertorio

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