I moventi più frequenti rilevati nel reato di femminicidio sono la gelosia patologica, il possesso, l’abbandono e la frustrazione.

Quanto vale la vita di una donna? Bastano le misure repressive ora in vigore per salvare una vittima? In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica e/o sessuale. Nei primi nove mesi del 2021, i dati riportati dal Servizio analisi presso la Direzione centrale della Polizia criminale, riportano 206 omicidi, con ottantatré donne morte in ambito familiare/affettivo; di queste, oltre la metà, sono state uccise dal partner o da un ex. Un vero e proprio stillicidio che ha consegnato alle cronache donne vittime principalmente della gelosia.

Un femminicidio ogni tre giorni. Un dato significativo – che dimostra come si stia arrivando a una maggiore consapevolezza rispetto alle minacce – è che sono raddoppiate nel 2020 rispetto all’anno precedente le donne che si sono rivolte al numero anti violenza: quarantanove ogni 100mila abitanti, rispetto alle ventisette del 2019.
Come sappiamo pandemia e restrizione nelle abitazioni non sempre sono stati fattori positivi. Premesso ciò, siamo ancora a chiederci se sia sufficiente la denuncia. Dati alla mano, il più delle volte non basta; perché solo in alcuni casi, considerati da “codice rosso”, si tramuta negli arresti domiciliari e/o nel divieto di avvicinamento. I moventi più frequenti rilevati nel reato di femminicidio sono la gelosia patologica, il possesso, l’abbandono e la frustrazione.

Reati, questi, che costituiscono di solito l’origine dei più gravi episodi legati al mondo femminile. Il ministro dell’Interno sostiene la necessità di “ripensare le misure di prevenzione, con l’estensione mirata dell’arresto obbligatorio in flagranza, l’introduzione di una specifica disciplina sul fermo dell’indiziato, mentre la tutela delle vittime potrebbe avvalersi di un indennizzo più sostanzioso da attribuire”.

Oggi è più che mai indispensabile promuovere iniziative di formazione, informazione e sensibilizzazione, a livello territoriale, idonee a diffondere la conoscenza e l’approfondimento dei temi legati alla violenza di genere e agli strumenti di tutela delle vittime. La Lombardia, il Veneto, la Sicilia e l’Emilia-Romagna guidano la triste classifica delle regioni con il più alto numero di donne uccise. Nonostante questi numeri altissimi e a differenza di altri allarmi sociali, i femminicidi non occupano le prime pagine dei quotidiani. Fino a quando non si affronterà in maniera seria il tema della prevenzione, non si riuscirà a fermare nessuno di questi assassini né, tantomeno, a evitare che la violenza sia trasmessa a ogni generazione. 

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Imagoeconomica

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