Poco tempo fa scrissi un breve articolo in merito al fatto che la Presidente della Commissione Europea, Ursula von del Leyen, aveva incaricato l’ex Premier italiano Mario Draghi a redigere, possibilmente in tempi brevi, un suo personale “rapporto” in merito al “futuro della competitività europea“.

Mario Draghi ha completato il “lavoro” e nell’ambito di un suo “intervento” a La Hulpe in Belgio, ne ha anticipato alcuni passi.

Il suo pensiero si articola sul fatto storico che la UE è stata “pensata e organizzata” su basi che nel tempo sono sostanzialmente cambiate e pertanto necessita riorganizzarla in modo radicale.

Su tali elementi ha sottolineato: “La nostra organizzazione, il nostro processo decisionale e il finanziamento sono pensati per il mondo di ieri, pre-Covid, pre-Ucraina, pre-conflagrazione in Medio Oriente, pre-ritorno della rivalità tra grandi potenze. Ci serve un’Unione europea che sia all’altezza del mondo di oggi e di domani. Quindi ciò che propongo nel rapporto che la presidente della Commissione mi ha chiesto di preparare è un cambiamento radicale. Che è ciò che è necessario. Dobbiamo raggiungere una trasformazione dell’economia europea, dobbiamo essere in grado di fare affidabile su un sistema energetico decarbonizzato affidabile, una difesa integrata europea, una produzione domestica nei settori più innovativi e una posizione leader nella produzione tecnologia. Manca una strategia industriale europea. Bisogna avanzare nell’Unione dei mercati dei capitali. La maggior parte degli investimenti dovrà essere coperta da investimenti privati. I risparmi privati sono molto elevati e vengono per lo più incanalati in depositi bancari e non finiscono per finanziare la crescita tanto quanto potrebbero in un mercato dei capitali più ampio. Questo è il motivo per cui avanzare nell’Unione dei mercati dei capitali costituisce una parte indispensabile della strategia complessiva per la competitività. Non abbiamo avuto un industrial deal a livello europeo, nonostante la Commissione stia facendo ogni suo sforzo per colmare questo gap. Nonostante le iniziative positive in corso, ci manca ancora una strategia complessiva per rispondere in queste strategie. Investiamo meno di Stati Uniti e Cina nel digitale e nelle tecnologie avanzate, compresa la difesa. Ci sono solo quattro top player europei tra i primi 50 aziende globali”, ha spiegato. “Ci manca una strategia su come proteggere le nostre industrie tradizionali da una competitività iniqua causa di asimmetrie in regole, sussidi e politiche commerciali. Le industrie energivore sono un caso di studio: in altre regioni queste industrie non solo affrontano prezzi dell’energia più bassi ma anche un meno peso normativo e in alcuni casi ricevono sussidi massicci che minacciano direttamente la capacità delle aziende europee di competere. Senza azioni politiche studiate e coordinate è logico che alcune nostre industrie spegneranno le loro capacità e delocalizzeranno fuori dall’Ue

In merito alla difesa relativa agli “appalti congiunti” e al “coordinamento ha affermato: “Per soddisfare le nuove esigenze di difesa e sicurezza”, l’Ue deve “intensificare gli appalti congiunti, aumentare il coordinamento della spesa e l’interoperabilità delle attrezzature, e ridurre sostanzialmente le dipendenze internazionali. Nel settore della difesa, la mancanza di” un’economia di “scala sta ostacolando lo sviluppo della capacità industriale europea. I primi cinque operatori negli Stati Uniti rappresentano l’80% del suo mercato più ampio, mentre in Europa ne rappresentano il 45%. Questa differenza deriva in gran parte dal fatto che la spesa per la difesa dell’Ue è frammentata”.

Sul tema dell’approvvigionamento energetico e dei minerali critici ha dichiarato: “Abbiamo giustamente un’agenda climatica ambiziosa in Europa e target rigidi per i mezzi elettrici ma in un mondo dove i nostri rivali controllano molte delle risorse che ci servono, quest’agenda dev’essere combinata con un piano per garantire la nostra catena di approvvigionamento, dai minerali critici, alle batterie, alle infrastrutture di ricarica. Se vogliamo realizzare le nostre ambizioni climatiche senza aumentare la nostra dipendenza dai Paesi su cui non possiamo più fare affidamento, abbiamo bisogno di una strategia globale che copra tutte le fasi della catena di approvvigionamento minerale fondamentale. Attualmente stiamo in gran parte lasciando questo spazio agli attori privati, mentre altri governi guidano direttamente o coordinano fortemente l’intera catena. Abbiamo bisogno di una politica economica estera che offra lo stesso risultato alla nostra economia. La Commissione ha già avviato questo processo con la legge sulle materie prime critiche, ma abbiamo bisogno di misure complementari per rendere i nostri obiettivi più tangibili. Ad esempio, potremmo prevedere una piattaforma europea dedicata ai minerali critici, principalmente per gli appalti congiunti, la sicurezza dell’approvvigionamento diversificato, la messa in comune, il finanziamento e lo stoccaggio.”

Relativamente a quella che viene definita una  “pericolosa ossessione” della competitività interna, ha fatto le seguenti valutazioni: “Per molto tempo la competitività è stata una questione controversa per l’Europa. Nel 1994, il futuro economista premio Nobel Paul Krugman definì l’attenzione alla competitività una “pericolosa ossessione”. La sua tesi era che la crescita a lungo termine deriva dall’aumento della produttività, che avvantaggia tutti, piuttosto che dal tentativo di migliorare la propria posizione relativa rispetto agli altri e acquisire la loro quota di crescita. L’approccio adottato nei confronti della competitività in Europa dopo la crisi del debito sovrano sembrava dimostrare la sua tesi. Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale pro-ciclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale. Ma la questione fondamentale non è che la competitività sia un concetto errato. Il fatto è che l’Europa ha avuto un focus sbagliato. Ci siamo rivolti verso l’interno, vedendo i nostri concorrenti tra di noi, anche in settori come la difesa e l’energia in cui abbiamo profondi interessi comuni. Allo stesso tempo, non abbiamo guardato abbastanza verso l’esterno: con una bilancia commerciale positiva, dopo tutto, non abbiamo prestato sufficiente attenzione alla nostra competitività esterna come seria questione politica.”

Ha inoltre aggiunto: “Per garantire la coerenza tra i diversi strumenti politici, dovremmo essere in grado di sviluppare ora un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche. E se dovessimo scoprire che ciò non è fattibile, in casi specifici, dovremmo essere pronti a considerare di procedere con un sottoinsieme di Stati membri. Ad esempio, una cooperazione rafforzata sotto forma di un 28° regime potrebbe essere una via da seguire per la CMU per mobilitare gli investimenti” – “I nostri rivali marciano avanti a noi, con un vantaggio, perché possono agire come un unico Paese, con un’unica strategia, e allineare dietro di essa tutti gli strumenti e le politiche necessarie. Se vogliamo uguagliarli, avremo bisogno di un rinnovato partenariato tra gli Stati membri: una ridefinizione della  nostra Unione, non meno ambiziosa di quella che fecero i padri  fondatori 70 anni fa, con la creazione della Comunità Europea del  Carbone e dell’Acciaio”.
Una vera lezione di economia avanzata, merita una lettura!

Pier Luigi Cignoli

Editorialista Pier Luigi Cignoli

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