… la crudeltà che fuor mi serra del bello ovile ov’io dormì agnello, nemico ai lupi che li danno guerra. / Paradiso

Dante Alighieri era nato a Firenze negli stessi anni di Giotto, praticamente fu un suo coetaneo e concittadino. Ispiratosi a lui compie nella lingua, una operazione analoga. Prende il dissecato latino della Università, lo macera nei fermenti vivi di volgari italiani e inventa una sua lingua letteraria, che attraverso Petrarca, il Manzoni, il Leopardi, è arrivata fino ai nostri tempi.
Dante era ben consapevole della grandezza di Giotto. Ce lo fa capire nel canto del Purgatorio, nell’incontro con il minatore umbro Oderisi da Gubbio. E’, in quella occasione che il poeta formula l’elogio di Giotto destinato a diventare esemplare e proverbiale. “Credete Cimabue ne la pintur tener lo campo, / e ora Giotto il grido si che la fama di colui è scura”. Su questi versi insieme a quanto scrisse Cennino Cennini nel libro dell’Arte “Giotto rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno”, riposa la fortuna critica del pittore che dai tempi di Vasari è considerato il padre della pittura italiana.

Ci sarebbe da chiedere, oggi, come allora, quando Dante ha capito che Giotto aveva raggiunto il suo massimo splendore. Probabilmente lo intuì attraverso un percorso di graduale progressivo approccio alle sue opere. Prima i precoci dipinti fiorentini, poi il ciclo di Assisi, vera e propria Commedia messa in figura, poi Rimini dove nel San Francesco (il futuro tempio Malatestiano) di fronte agli affreschi perduti e alla croce dipinta per fortuna ancora in loco.

Dante capisce che l’insegnamento di Giotto era destinato a diventare lingua nazionale, calandosi nelle varianti locali nei sui primi seguaci, di Giovanni di Giuliano da Rimini (gli affreschi del Sant’Agostino). Infine a Padova, nella cappella dell’Arena. Di fronte a quelle pitture murali dolci e fuse, allo stesso tempo naturalistiche e solenni, Dante capì una volta per tutte che Giotto aveva raggiunto il “Grido” nella storia dell’arte del suo tempo.

Ecco perchè è importantissimo sostare nella sala dei Primitivi agli uffizi, ma lo è altrettanto nel battistero di San Giovanni, cuore della città medioevale. Vero e proprio umbelicus urbis questo ottagono di marmi bianchi e verdi, è figura del destino di tutti e di ognuno, è il luogo che apre al battezzato la strada della salvezza. Il suo perimetro è fatto di otto lati perchè sette sono i giorni della settimana, poi arriva per tutti il giorno senza tramonto della vita eterna.
Il battistero è una rappresentazione architettonica di quella vita ultraterrena che sarà argomento della DIVINA COMMEDIA.
Ed è qui che Dante canta il “bel San Giovanni”…

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Imagoeconomica

Redazione IL POPOLANO

La Cesenate

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