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CULTURA E MEMORIA DEI CIMITERI

CULTURA E MEMORIA DEI CIMITERI L’ITALIA CHE SE NE E’ANDATA

Finalmente possiamo tornare a portare un fiore ai nostri morti.
Pochi ne hanno parlato, ma per cogliere il “sentiment” di un cimitero, bisogna entrarvi, respirare l’atmosfera.
L’esperienza personale conta quanto l’aspetto esteriore.

Quando si entra in un cimitero emergono numerosi gli elementi esteriori, e i particolari legati alla nostra storia personale, condizionati dalla particolare attitudine della morte a nascondersi tra i meandri della “cultura”, aspetto da lei stessa prediletto, che l’avvolge e che la interpreta, che attraverso strutture ed immagini, con cui scegliamo di rappresentare la nostra ed i nostri morti, ne esorcizza gli aspetti più bui e tenebrosi.

I cimiteri non sono i luoghi di conservazione permanente delle spoglie umane, essi si presentano a noi come duttili contenitori della cultura e della “memoria storica”.
Essi offrono, a chi li attraversa, a chi è disposto ad interrogarli, un archivio straordinariamente suggestivo ed affascinante di arte, di mentalità, di costume, di contemplazione, attraverso le esistenze individuali, e le vicende collettive lì raccolte: sono storie di vite lunghissime, o brevi come un sospiro.

Biblioteca, archivio, museo a cielo aperto, ogni cimitero raccoglie tutti i ricordi, le memorie che ne costruiscono l’humus culturale, vivificandolo attraverso il proprio linguaggio.
Il cimitero si racconta attraverso autori assenti, poichè il defunto più che un morto è un assente: egli “riposa”, egli “dorme”, dicono gli epitaffi, mentre il visitatore diventa l’attore e, come in un libro, dove le storie possono dialogare, potrà leggere, immaginare, pensare, supporre, cercare di comprendere quali relazioni o dinamiche l’abbiano caratterizzato.

Il cimitero con le sue storie diventa una sorta di linguaggio, dove le tombe, oggetti simbolici, prendono il posto delle parole, delle frasi, dei pensieri, raccolte e fruibili nell’ambito dello spazio ad esse istituzionalmente destinato.
In questa quarantena ci è stato, per precauzione, vietato di entrare ed oggi, è stato forte per me il desiderio di andarmi a cercare le tombe di due cari amici, che sono morti di Covid-19 e che non ho potuto salutare.

Camminando per i viali inondati di un sole fin troppo presente, ho pensato a tutti quelli, soprattutto agli anziani che il Covid si e’ portato via.
Un Italia che se ne va!
Erano i bambini del dopoguerra.

Oggi sono i nostri genitori, i nonni che crescono i nostri figli, e i fragilissimi caduti nella battaglia contro la pandemia.
Se ne sono andati i bambini della guerra, quelli troppo piccoli per cantare Giovinezza e troppo grandi per le bandiere del Sessantotto. Una generazione intermedia, schiacciata tra i labari e le aquile del ventennio alle loro spalle, e le villette a schiera, possibilmente con cantinetta, davanti a loro.

Si’, i bambini della guerra, quelli che oggi si affannano a respirare nelle case di riposo, quelli di cui non vediamo più neanche la faccia, coperta dalle mascherine chirurgiche, quelli che hanno trascorso la loro lunga vita protetti da un’incrollabile certezza.
Mai dichiarata esplicitamente.

Da quella lontana infanzia in avanti hanno visto il mondo intorno a loro, piccolo o grande che fosse, sempre migliorare.
Diventare più ricco, con più comodità.
Hanno potuto sperimentare cose che i loro antenati, per secoli e millenni, non avevano potuto neanche sognarsi.
Non sono stati una generazione eroica, ma generosa, questo sì. Piena di fiducia in sè stessi, nel mondo e nel futuro.
Piena di fiducia in quella che i filosofi chiamano la modernità.

Non potevano immaginare che, al crepuscolo della propria parabola, la modernità in cui avevano tanto creduto li ingannasse, così crudelmente. Che un segno di disordine cosi’ radicale come un virus bastardo venisse a scompigliare un ordine così faticosamente costruito.
E che, da ultimo, attentasse alla loro vita.
Ed ora riposano nei cimiteri, duttili contenitori della cultura e della memoria storica, nuovamente riconsegnati a noi, che ancora in vita, li possiamo guardare, raggiungere con un fiore e una preghiera!

A cura di Sandra Vezzani editorialista – Foto Firenze

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