“Sono un uomo, non sono una capra, sono chiuso in una stanza da tre mesi, mi stanno uccidendo!!!”. Un ragazzo grida in preda al panico in un video postato su Twitter: “Io non ho paura”, urla ancora più forte. Un video angosciante, sebbene molte delle notizie e dei filmati che arrivano dalla Cina siano da verificare. A Hohhot, nella Mongolia Interna, una donna è precipitata dalla finestra e si è pensato a un suicidio seguito a un periodo di depressione per l’eccesso di isolamento.

Anche negli altopiani del Tibet e tra i pascoli del Qinghai, regioni nordoccidentali della Repubblica Popolare, a 4.000 chilometri dalla capitale, la popolazione è sempre più insofferente nei confronti della politica ultra-rigorista ‘Zero Covid’. “Buneng yizhi zheyang xiaqu” (non si può andare avanti così), è lo slogan sulla bocca di tutti, anche se nelle periferie dell’impero, diversamente dalle grandi metropoli, Pechino, Chengdu, Chongqing, Shanghai, la popolazione è molto meno densa, e vive tra montagne e praterie.

Nulla di paragonabile ad altre realtà ben più soffocanti, quelle degli agglomerati urbani, dove in nome della guerra totale al Coronavirus la normativa ha raggiunto eccessi esasperanti per la popolazione. La scorsa settimana allo Shanghai Disney Park, decine di visitatori sono rimasti intrappolati ancora una volta all’interno dell’immenso comprensorio per una manciata di casi sospetti. Subito dopo l’annuncio dell’imminente chiusura, molti clienti si sono precipitati ai cancelli del più felice posto sulla terra, come viene chiamata la Disneyland cinese, trovandoli sbarrati. Un altro eccesso qualche mese fa, sempre a Shanghai, con il fuggi-fuggi dall’Ikea per non restare prigionieri del centro commerciale.

Come il blocco imposto dalle autorità di Pechino fino al 9 novembre prossimo intorno alla gigantesca fabbrica di iPhone, la più grande al mondo con circa 300.000 lavoratori, dopo la fuga in massa dei dipendenti, terrorizzati all’idea di sottoporsi a ulteriori estenuanti quarantene per la nuova  epidemia di Covid. Scene di panico, video diffusi sui social da alcuni utenti cinesi in cui si denunciava addirittura la morte di diverse persone infette costrette all’isolamento e stipate in dormitori soffocanti.

Notizie anche queste impossibili da verificare, ma di fatto le regole draconiane imposte dal governo per sconfiggere l’epidemia per adesso non allentano la morsa e alla lunga potrebbero rivelarsi fortemente destabilizzanti per la Cina, visti i continui episodi di malcontento che si stanno diffondendo tra la popolazione. Come gli striscioni apparsi su un ponte a Pechino, poco prima del Congresso e subito fatti sparire dalla polizia, in una zona centrale della città: “No ai test Covid, vogliamo cibo, no alle restrizioni vogliamo libertà”. La stretta sulla Zhengzhou Airport Economic Zone, nella provincia dello Henan, Cina Centrale, dove sorge la “iPhone city”, rischia di avere un grande impatto sulle spedizioni in entrata e in uscita per l’impianto di  Foxconn, il contractor di Taiwan leader mondiale per l’elettronica, proprio ora che nella fabbrica si sta realizzando per Apple il nuovo modello di iPhone 14 per il quale dovrebbe esserci un picco della domanda nelle feste  di fine anno.

Ma i rischi per la produzione e le perdite economiche non spaventano le autorità locali: “Ogni tipo di violazione delle norme verrà represso in modo risoluto”, hanno fatto sapere. In linea con i rigorosi dettami sanciti dal Congresso del PCC nell’ottobre scorso, i funzionari provinciali applicano le regole alla lettera, consapevoli che il presidente  Xi Jinping  ha ottenuto il massimo dei poteri, spazzando via qualsiasi forma di dissenso, a cominciare da quello interno al Partito. Segno tangibile ad alto valore simbolico in questo senso, è la nomina di Li Qiang, nuovo Numero due della nomenklatura, catapultato nel ruolo di premier, proprio lui che aveva commesso errori incalcolabili a Shanghai la primavera scorsa nella gestione dell’emergenza Covid, gettando la città nel caos, con milioni di persone rimaste senza cibo e servizi essenziali. Un segno inequivocabile che dimostra come la battaglia contro il Covid sia una questione irrinunciabile per rilegittimare l’immagine della Cina e del Partito agli occhi del popolo cinese e del mondo intero.

Accusata da più parti di essere l’unica responsabile della diffusione del virus, la Repubblica Popolare deve vincere assolutamente questa battaglia per riconquistare un ruolo politico che la riporti al centro del mondo. A costo di pagare il prezzo di un’ulteriore – momentanea? – recessione economica. “Grazie alla politica Zero Covid abbiamo salvato vite umane”, ha detto Xi Jinping nel suo discorso di apertura al Congresso in cui ha rilanciato senza mezzi termini la guerra totale contro il demone del coronavirus. Misure ultra rigide, ad alto impatto sociale ed economico, messe in atto dal governo cinese sin dal primo lockdown a Wuhan, nel 2020: oltre 12 milioni di persone chiuse in casa,  e un’intera regione, 60 milioni di abitanti, coinvolte nel più grande contenimento di massa  della storia. I video di quella gigantesca quarantena con migliaia di persone  che urlavano nella notte “Jia you” (Forza!) dalle finestre dei condomini, sono diventati virali e rimasti nella memoria collettiva di tutto il mondo .

Ma allora le misure di totale isolamento applicate dal governo andavano di pari passo con un ineccepibile efficientismo, con la consegna del cibo e dei beni di prima necessità a tutti i cittadini, la costruzione in tempi record di ospedali, l’assistenza sanitaria ai più anziani o ai malati meno gravi rimasti a casa. Abbinato alla  mobilitazione di massa voluta dal Partito, alla mentalità confuciana che privilegia la collettività sull’individuo, al senso di orgoglio nazionale in un momento in cui la crisi economica non era ancora così pesante, il dinamismo sociale coordinato dai livelli più bassi, come i comitati di quartiere, fino ai livelli più alti delle autorità provinciali e poi del governo centrale, aveva raggiunto l’obiettivo in tempi record. In meno di un anno la vita in Cina aveva ripreso i ritmi di sempre e sembrava che il virus fosse stato sconfitto mentre il resto del mondo arrancava e molti Paesi a cominciare dagli USA erano in ginocchio per il numero di morti e il diffondersi sempre più rapido del virus.

Oggi, dopo oltre due anni di continui lockdown, tamponi di massa e tracciamento tecnologico sempre più capillare e pervasivo, la popolazione sembra esausta e per il momento non vede via d’uscita: nessun cambio di passo all’orizzonte mentre Xi Jinping, l’imperatore rosso che ha confermato nel Congresso l’accentramento su di sé di tutti i poteri, continua determinato nella stessa direzione, consapevole che tornare indietro significherebbe perdere la faccia (“Diu lian”) di fronte al Paese e a tutto il mondo. Alla luce degli eventi che hanno cambiato gli equilibri mondiali, dalla guerra in Ucraina, all’inquinamento del pianeta, alla guerra tecnologica, Xi Jinping rilancia innanzitutto il suo pensiero politico, ampiamente illustrato nei suoi scritti, e ideologicamente valorizzato in opposizione al modello USA, proponendo la visione cinese di una prosperità comune, che per essere raggiunta presuppone la vittoria sul virus con metodi alternativi al resto del mondo: la vera scommessa è politica, un’affermazione di identità cinese per affrontare anche questa sfida epocale, una sorta di decoupling culturale dal resto del mondo che per ora sembra essere dalla parte della Cina.

A cura di Televideo – Foto Imagoeconomica

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