Il giorno più buio della democrazia americana, rimarrà scolpita nel “cimitero antidemocratico”, quello che sicuramente le nuove generazioni degli Stati Uniti non avrebbero mai pensato si potesse aprire, segnato dall’assalto vergognoso al Congresso da parte di migliaia di manifestanti fomentati da Donald Trump. Una pagina probabilmente vista solo negli anni settanta in sud-america, dove la dittatura sul controllo dei ha avuto un cardine principale. Eppure sono cadute donne e uomini nelle battaglie per conquistare la libertà.

Mike Pence ha proclamato formalmente la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris. Il parlamento ha voluto reagire di fronte agli americani e ad un mondo rimasto scioccato, riprendendo la seduta dopo che la polizia – ora sotto accusa per la sua inadeguatezza – ha voluto garantire la sicurezza di Capitol Hill.

“Non avete vinto, la violenza non vince mai”, ha detto Pence riferendosi ai manifestanti pro Trump”. “Hanno tentato di fermare la nostra democrazia ma hanno fallito”, gli ha fatto eco il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell, mentre il suo omologo dem Chuck Schumer ha puntato il dito contro il presidente e le sue teorie cospirative, che hanno fomentato “non manifestanti ma insurrezionisti colpevoli e degni di essere puniti”.

Ora L’America può cercare in tutti i modi “voltare pagina”, come ha auspicato Joe Biden, che giurerà il 20 gennaio. L’allarme però rimane alto, dopo un assalto costato 4 morti, 13 feriti e 52 arresti. Nella notte sono state trovate e disinnescate dall’Fbi due bombe artigianali vicino ai quartieri generali del partito repubblicano e democratico nel centro di Washington. La sindaca di Washington Muriel Bowser ha esteso l’emergenza pubblica e il coprifuoco fino al 21 gennaio, mentre il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo invierà 1.000 membri della Guardia Nazionale per garantire una transizione pacifica.

Tutti gli occhi ora sono puntati su Donald Trump, sempre più isolato dopo che il suo account è stato temporaneamente bloccato da Twitter, Facebook, Youtube e Instagram per le sue minacce e le sue accuse sul voto. C’e’ aria di dimissioni nel suo governo, a partire dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’ Brien, dopo quelle già presentate dal suo vice Matt Pottinger e da Stephanie Grisham, portavoce e chief of staff della first lady Melania. E gira l’ipotesi di rimuoverlo con l’impeachment o, più facilmente e velocemente, invocando il 25/o emendamento.

A censurarlo anche un coro di ex presidenti: da Barack Obama, Bill Clinton, Jimmy Carter e George W. Bush, che ha evocato la ‘Repubblica delle banane”, anche se la più grande democrazia del Mondo è stata spezzata e il 6 gennaio verrà ricordato come il giorno più buio degli Stati Uniti d’America.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Imagoeconomica

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