Quando gioca la nazionale, siamo tutti allenatori. Quando gli argomenti di politica internazionale impazzano, ci trasformiamo in grandi statisti ed economisti… Nel bene o nel male, l’italiano medio è fatto così. Le accese discussioni più divertenti, sono quelle che oggi si ascoltano al bar piuttosto che passeggiando per le vie del centro. Non mi riferisco agli europei di Francia ma agli effetti di Brexit ed alle sue conseguenze.

“Facciamo il referendum anche noi così non paghiamo più le tasse; gli inglesi si che hanno le palle; se uscissimo dall’Europa crollerebbe l’euro, i prezzi diminuirebbero ed il turismo aumenterebbe; mandiamoli tutti a casa quei ladri di politici; basta euro e basta Europa; etc. etc.”. Sono queste le frasi insulse che si sentono in giro. Personalmente condivido l’opinione di Sgarbi: sono anti-UE e anti-euro ma, in questa sede, non intendo sostenere o argomentare la mia opinione. Vorrei solo fare un po’ di chiarezza sulle differenze sostanziali tra Inghilterra e Italia in ambito di scelte europeiste.

Preliminarmente, la nostra carta costituzionale non prevede una consultazione popolare per modificare uno o più trattati internazionali e pertanto, oltre a non servire un referendum per uscire dall’Europa, nemmeno lo si può indire. Infatti, sia l’ingresso nell’Unione Europea che l’adesione all’euro, non si sono perfezionati per espressa volontà popolare ma solo per scelte di governo. Tra l’altro, ben diversa è la posizione Inghilterra-Italia sul piano economico. La prima nazione non ha mai abbandonato la sterlina mentre l’Italia, nel 2002, avendo aderito alla moneta unica, è ostaggio della BCE. L’Italia purtroppo, stato fondatore dell’Unione, essendo un Paese debitore, in caso di uscita dall’UE, non potrà mai ottenere condizioni favorevoli da Bruxelles proprio a causa di quel cappio chiamato euro.

Inoltre, contrariamente a quanto si pensi, l’uscita dall’UE di uno stato membro, non è una cosa automatica. L’articolo 50 del trattato, che prevede la clausola di recesso di uno stato, contiene l’obbligo di notificare l’intenzione a recedere al Consiglio Europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso di tale paese. Inizia quindi un vero e proprio negoziato politico-economico. L’accordo in questione è concluso dal Consiglio a nome dell’Unione Europea, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento Europeo. Gli effetti giuridici dei trattati cessano di essere applicabili al paese interessato, a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o due anni dopo la notifica del recesso in questione. Ciò significa che, indipendentemente dall’esito del referendum, gli inglesi per far festa, dovranno comunque attendere l’esito del negoziato con l’UE. Solo a seguito della conclusione dell’accordo, gli inglesi sapranno se uscire dall’unione sia stato un affare oppure no.

Tra le conversazioni ascoltate nessuno affronta gli argomenti più importanti, come ad esempio la libera circolazione, piuttosto che l’obbligo del passaporto per coloro che in futuro vorranno trascorrere un weekend a Londra… Peccato.

A cura del Prof. Pierluigi Vigo

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