Il calcio ha fatto un grande sforzo perché il campionato potesse andare avanti. Alcuni preferivano stopparlo, altri rilanciarlo; riteniamo che i secondi siano stati i più lungimiranti. La testardaggine e la caparbietà hanno vinto.
Infatti, durante questa pandemia il calcio ci ha fatto vivere momenti di gioia, di spensieratezza e di serenità della quale avevamo un gran bisogno. Certo diverso, senza pubblico, giocato in un’atmosfera a noi estranea e quasi fastidiosa, ma il tempo ci ha abituati facendola accettare. Il tifoso riesce a percepire attraverso lo schermo i dialoghi tra allenatore e giocatori, addirittura sente il tocco della palla quando è calciata o quando sbatte sui pali della porta, avverte le urla del portiere rivolte ai compagni della difesa. Insomma tutti particolari ai quali non si prestava attenzione con il rumore del pubblico sugli spalti. Grazie al calcio per averci aiutato e supportato in un momento così difficile e delicato.

Ultimamente, però, pare che qualcosa si sia incrinato con litigi e discussioni che vanno oltre lo sport e i suoi valori. Abbiamo notato una classe arbitrale – ovviamente non vale per tutti – non all’altezza della situazione. A volte gli allenatori possono sbagliare nel tentativo di parlare con il direttore di gara che, a sua volta, spesso si dimostra arrogante e poco incline al dialogo. Pronunciando anche frasi che a un professionista non dovrebbero essere permesse. Non è una sfida tra gli uni e gli altri, ma dovrebbe essere una gestione equilibrata delle partite che deve andare oltre il proprio ego.

Ad esempio, nel caso Lukaku – Ibrahimovic, il direttore di gara non è stato certo all’altezza della situazione, così come gli stessi giocatori, in quel frangente, hanno dimostrato come i nostri giovani “non si devono comportare”. Lo sport ha il dovere di essere un esempio positivo e non quello di portare in campo la violenza fisica o verbale che già ci perseguita nella società. Essere dei fuoriclasse impone comportanti costruttivi.

Abbiamo una moviola in campo che oramai somiglia molto alla burocrazia pubblica, difficile da capire per chi la deve applicare e per chi la deve subire. Basta! Vogliamo arbitri che decidano nel bene e nel male senza paura, indipendenti da tutto e da tutti.

Arbitri con i quali parlare guardandosi negli occhi, capaci di dialogare nel rispetto dei rispettivi ruoli. In campo, come nella vita, il rispetto si conquista, non si pretende. Direttori di gara, allenatori e giocatori che si confrontano per un calcio migliore e credibile. Solo così si può riformare un calcio che lentamente sta soffocando. 

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Lapresse

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