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AD MAIORA PABLITO

Se ne è andato in punta di piedi, con il garbo con cui ha sempre vissuto, mai alzando la voce, sempre restando in quei confini di gentilezza e simpatia che, anche a distanza di quasi quaranta anni, lo hanno fatto rimanere il “Pablito” del Mundial 1982, quando con le sue reti portò l’Italia di Bearzot in cima al Mondo.

Paolo Rossi ci ha lasciati sgomenti, perché lo avevamo visto poco tempo fa in televisione, a commentare con i suoi modi gentili le vicende del nostro calcio, di mondo pallonaro dove le sue prodezze non sono certo passate silenziosamente; eppure lui era uno che difficilmente alzava la voce, aveva parole cattive per qualcuno, forse perché il destino non era sempre stato benigno con lui.

Come non ricordare infatti i tanti infortuni, che ne hanno condizionato la carriera, terminata a soli trentuno anni a causa di quelle ginocchia scricchiolanti sin da quando, giovanissimo, dovette essere operato per ben tre volte in soli due anni; e come dimenticare la squalifica a seguito del calcioscommesse, una squalifica rispetto a vicende in cui lui aveva probabilmente la sola colpa di essere stato in silenzio.

Paolo era un attaccante, rapido, veloce, bravo ad essere sempre al posto giusto nel momento giusto, capace come pochi di prendere quel metro che poi fregava il proprio marcatore; nato ala, fu G.B. Fabbri a trasformarlo in centravanti, durante il periodo in cui militò nel Vicenza, alla fine degli anni settanta, dove vinse il titolo cannonieri di Serie B e l’anno successivo sfiorò lo Scudetto.

Passato al Perugia nel 1979, si ritrovò squalificato nella primavera dell’anno successivo, coinvolto insieme ai compagni Della Martira e Zecchini in qualcosa più grande di lui; i tre anni di pena inflittagli inizialmente, furono poi ridotti a due, tanto che rientrò poche giornate prima della fine del Campionato, nella Juventus che lo aveva riportato a Torino l’anno precedente.

Memore di quanto aveva fatto nel Mondiale argentino del 1978, il CT azzurro Enzo Bearzot lo convocò per il Mondiale spagnolo, nonostante in molti storcessero il naso di fronte ad un calciatore appena tornato da una squalifica pesante non solo in merito al tempo; quella decisione fu invece il vero toccasana per la nostra Nazionale.
Iniziato il Torneo in modo balbettante, con tre pareggi nel Girone iniziale ed il passaggio del turno per il rotto della cuffia, l’Italia era al centro di feroci polemiche; mancava il gioco e molti davano per finito il cammino mondiale anche considerando che proprio i pessimi risultati avevano causato l’inserimento in un secondo Girone di ferro, con Argentina (campione in carica) e Brasile (con la Germania la favoritissima per la vittoria finale).

Battuti nella prima partita Maradona e compagni, l’Italia affrontò il Brasile come fosse una finale, e quel giorno iniziò la leggenda di Pablito (soprannome datogli durante il Mondiale argentino), che mise a segno una fantastica tripletta e spedì a casa i presuntuosi verdeoro, la successiva semifinale contro la Polonia fu nuovamente all’insegna dei gol di Rossi, che marcò entrambe le reti del 2-0 conclusivo, quello che portava l’Italia a giocarsi il titolo contro la Germania.
Quel 11 luglio del 1982, quella serata madrilena, è ancora ben viva nella mente di tutti coloro che si ritrovarono davanti alla televisione per seguire l’impresa azzurra, con Pablito nuovamente in gol nel 3-1 finale, con il Presidente Sandro Pertini in piedi a festeggiare i nostri calciatori, con il riversarsi della gente per le strade a salutare una vittoria insperata.

Il 1982 fu per Rossi un anno speciale, dato che oltre al Mondiale vinse la classifica marcatori del medesimo Torneo e gli fu assegnato il Pallone d’Oro, tris di successi che solo il brasiliano Ronaldo eguaglierà qualche anno dopo; a questo bisogna poi aggiungere lo Scudetto vinto con la Juventus.
Paolo Rossi non era il classico centravanti dal fisico possente che furoreggiava all’epoca, erede di Gigi Riva o Roberto Boninsegna, ma il fisico minuto (era altro 174 centimetri) lo costringeva, come già detto, ad un tipo di gioco diverso, fatto di scatti in area, di intuizioni che mettevano spessissimo fuori causa l’avversario, permettendogli così di rimediare altresì alla scarsa potenza nel tiro (difficile ricordarne un gol da fuori area) ed essere però un vero e proprio killer d’area di rigore.
Paolo si stupiva spesso che nonostante il passare degli anni la gente lo riconoscesse e lo fermasse per strada, ricordando la Spagna e le sue prodezze, cose che però così stupefacenti non sono, certo per i suoi gesti sportivi, ma soprattutto per l’umiltà dell’uomo, il suo essere uno come tanti, a portata di tutti, cosa rara non solo nel mondo del pallone di ieri e di oggi.

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Altervista

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