Fu la sera più disperata quella del 23 novembre 1980 dove tre forti scosse nell’arco di un minuto devastarono una delle zone più povere e isolate d’Italia
Tra le 19.35 e le 19.37 un terremoto mai registrato in Italia con magnitudo massima di 6.9 distrusse un intero territorio, l’Irpinia, zona geografica del Sud Italia compresa tra le province di Salerno, Avellino e Potenza. Secondo stime ufficiali il sisma causò 2.914 morti e daneggiò 362.000 edifici in 687 comuni, compresi Benevento, Matera, Napoli e Foggia. Gli sfollati furono oltre trecentomila.

L’epicentro delle tre scosse principali — ognuna delle quali più forte del terremoto dell’Aquila del 2009 — fu individuato tra i comuni campani di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, tutti al confine con la Basilicata. In quei luoghi la sera del 23 novembre 1980, a quindici chilometri di profondità, si verificarono in successione tre distinte rotture che raggiunsero la crosta terrestre provocando una squarcio tuttora visibile, dopo 41 anni, lungo 35 chilometri. Gli effetti dell’evento telleruco vennero percepiti in quasi tutta la penisola, ma i danni maggiori si concentrano tra Campania e Basilicata, dove le scosse continuarono anche il giorno successivo.

Nonostante la vastità del terremoto, l’evento fu sottostimato per ore. I primi telegiornali nazionali riportarono soltanto «una lieve scossa» e «qualche ferito». All’epoca i sismografi non erano ancora collegati in un unico centro di raccolta dati e non esistevano nemmeno strutture nazionali per gestire emergenze di questa vastità: la Protezione Civile si trovava appena all’inizio di un percorso legislativo decennale che venne immediatamente stimolato proprio dal terremoto in Irpinia, e dalle critiche per le lentezze rivolte dall’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

A due giorni di distanza dalle tre scosse principali, fu infatti la visita del capo dello Stato a dare un primo quadro reale della situazione. Dopo essere stato sul posto, Pertini tenne un discorso in diretta televisiva in cui disse: «Sono tornato ieri sera dalle zone devastate dal terremoto. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò: interi paesi rasi al suolo, la disperazione dei sopravvissuti. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma. Ebbene, a distanza di 48 ore non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari».

La portata del sisma unita alle caratteristiche delle aree colpite e alla scarsa reattività dei protocolli di emergenza creò un ingorgo di ritardi che si prolungò per settimane. A peggiorare la situazione si aggiunsero inoltre i danni agli edifici istituzionali e una serie di eventi collaterali, come le rivolte scoppiate nelle carceri napoletane di Pozzuoli e Poggioreale, tra le più affollate in Italia.
La sistemazione delle centinaia di migliaia di sfollati fu poi complicata dall’inverno, particolarmente rigido in quei luoghi, per cui ci fu fin da subito un urgente bisogno di migliaia di vagoni, container e prefabbricati, alcuni dei quali risultano ancora abitati. La ricostruzione dei luoghi distrutti o danneggiati fu infatti altrettanto lenta e non può dirsi veramente conclusa nemmeno oggi, nonostante da allora, secondo stime attualizzate, siano stati spesi l’equivalente di oltre 60 miliardi di euro.

Anche da Cesena, ricordo ancora benissimo, partirono centinaia di container che trasportavano casette prefabbricate per dare sostegno a numerose famiglie rimaste al gelo in alcuni casi solo con coperte e sacco a pelo e senza riparo dignitoso.

In quella terra così disperata per la catastrofe naturale, quei bambini di allora, oggi adulti, hanno ancora nei loro occhi, un dramma totale, difficilmente rimarginabile.
Molti di loro in quel maledetto 23 novembre del 1980, persero pure le persone più care.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Vatican news

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