Oggi per il nostro sciopero del venerdì ci siamo ritrovati per un flah-mob in piazza insieme alle attiviste e agli attivisti di Nonunadimeno, Greenpeace e XR. Abbiamo indossato delle mascherine fucsia e verdi (a rappresentare le lotte ecologista e transfemminista che portiamo avanti) e delle tute bianche su cui abbiamo scritto frasi come "Si muore di femminicidio", "Si muore di migrazione", "Si muore di crisi climatica", "Si muore sul lavoro", "Si muore di Coronavirus" e molte altre.

Il 15 settembre 1971 da un gruppo di ambientalisti di Vancouver nacque una delle più importanti organizzazioni non governative, pacifiste e ambientaliste, famosa per le sue missioni riguardanti la difesa del clima, dell’ambiente in generale, delle balene e per l’interruzione dei test nucleari: “Greenpeace”.

L’organizzazione conta uffici nazionali e regionali in 41 paesi, tutti affiliati a Greenpeace International, con sede ad Amsterdam ed è finanziata mediante contributi volontari da parte di donatori e fondazioni no profit, senza accettare però fondi da parte di governi, partiti politici o grandi aziende; un’altra particolarità dell’organizzazione è quella di accettare donazioni senza iscrivere soci.

Durante gli anni ’60 e ’70 l’ecologia e l’ambientalismo erano argomenti poco conosciuti, anche se i movimenti per la pace erano abbastanza consolidati, i temi riguardanti invece la protezione dell’ambiente erano agli albori, ma furono proprio questi contenuti a dare origine a quello che è Greenpeace oggi.

La storia di Greenpeace iniziò quando i fondatori, nel 1971, salparono per Amchitka, un’isola dell’Alaska con lo scopo di fermare i test nucleari segreti effettuati dagli Stati Uniti.

I fondatori erano individui provenienti da libere associazioni, formate principalmente da due gruppi: uno era la SPEC (Società per l’inquinamento scientifico e il controllo ambientale), l’altro gruppo era denominato “Pantere Verdi”. A questi si aggiunse anche un’altra aggregazione statunitense che si era creata come affiliata.

Gli Stati Uniti qualche anno prima (1969), annunciarono che avrebbero condotto dei test nucleari, dando luogo probabilmente ad una bomba che avrebbe prodotto una esplosione pari ad un megaton.

Questo tipo di esplosione avrebbe potuto creare un terremoto o uno tsunami altamente distruttivo; la notizia fece subito scalpore e dopo vari articoli apparsi sui quotidiani americani iniziò una campagna denominata “Don’t make a wave” in segno di protesta contro i test nucleari.

Il gruppo “Greenpeace” era composto da dodici persone motivate dal pensiero comune che anche pochi individui potessero fare la differenza, partendo da questa visione e dal pensiero costante di poter vivere in un mondo verde e pacifico partirono da Vancouver a bordo di un vecchio peschereccio, il “Phyliss Cormack” (noleggiato con i fondi ottenuti da un concerto di beneficenza), per far emergere e conoscere le intenzioni belliche degli USA.

Fu un viaggio pieno di speranza che diede i suoi frutti, fece scatenare l’attenzione collettiva segnando un traguardo storico; gli attivisti non riuscirono a bloccare i test ma l’evento finì sulle prime pagine dei giornali nordamericani.

Da quel momento l’isola di Amchitka non venne più utilizzata per i test nucleari e segnò la nascita effettiva di Greenpeace, un’organizzazione che nel tempo diventò di carattere mondiale.

Nel 1972 ci fu la prima azione contro i test nucleari disposti dalla Francia nell’atollo di Mururoa, in quel periodo i francesi erano gli unici a condurre esperimenti atomici in atmosfera.

La missione venne condotta da Mc Taggart e da altre cinque persone che nel mese di aprile partirono a bordo dell’imbarcazione “Vega” arrivando a circa 32 chilometri dall’atollo; verso la metà di giugno avvistarono una mongolfiera che sorvolava l’atollo, con a bordo il detonatore dell’ordigno nucleare.

Il gruppo decise così di avvicinarsi ancor di più all’atollo dove seguirono dispute e inseguimenti, finché il “Vega” venne speronato da una nave francese, la quale successivamente fu costretta a rimorchiare il peschereccio avversario fino a Mururoa per le necessarie riparazioni.

Mc Taggart e il suo gruppo riuscirono solamente a posticipare i test, l’anno successivo si recarono nuovamente a Mururoa, il capogruppo venne ferito dall’equipaggio francese ma fortunatamente uno dei membri di Greenpeace riuscì a produrre testimonianze fotografiche dell’accaduto; la notizia riguardante la protesta e l’assalto da parte dei francesi al gruppo di Mc Taggart fece il giro del mondo, fu cosi che nel 1974 la Francia annunciò la fine dei test atmosferici.

Un’altra battaglia condotta da Greenpeace avvenne attraverso l’operazione “Exodus”, (1948-1956), svolta precisamente a Rongelap, un atollo delle Isole Marshall, nel Pacifico. L’isola venne colpita dalle radiazioni dei test nucleari e gli isolani accusarono in gran numero tumori alla tiroide, leucemie e malformazioni fetali.

Greenpeace si attivò su richiesta del Parlamento delle Isole Marshall ad evacuare la popolazione residente nell’isola di Mejato.

Al termine della missione si diresse verso la Nuova Zelanda, precisamente ad Auckland puntando la rotta successiva verso Mururoa. L’imbarcazione di Greeenpeace, la “Rainbow Warrior”, non riusci ad arrivare a Mururoa poiché il 10 luglio due esplosioni causate da un atto di sabotaggio distrussero lo scafo della nave facendola affondare; nell’esplosione morì anche il fotografo Fernando Pereira.

L’attenzione verso l’accaduto attribuì a livello mediatico la colpa verso i servizi segreti francesi, nonostante non venne riconosciuta la responsabilità al Governo Francese, successivamente il Ministro della Difesa Charles Hernu si dimise dall’incarico.

Nel tempo Greenpeace si è spesa per campagne giudicate impossibili, navigando attraverso i mari per la difesa delle balene, occupando piattaforme petrolifere nel tentativo di fermare l’estrazione smodata, bloccando esperimenti nucleari in Italia e occupandosi di questioni quali il riscaldamento globale, l’ingegneria genetica e la pesca a strascico.

A cura di Barbara Comelato – Foto Imagoeconomica

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