31 secondi, 31 velocissimi ma inesorabili secondi sono bastati all’olandese Tom Dumoulin per aggiudicarsi la centesima edizione del Giro d’Italia, dopo ventuno tappe e 3.615 chilometri totali, primo “orange” nella storia a portarsi a casa la maglia rosa.
31 secondi non sono il record del minor distacco tra i primi due classificati (11” tra il vincitore, Fiorenzo Magni ed il primo dei battuti, Ezio Cecchi, nell’edizione 1948), e non è record vedere i primi cinque della classifica finale raggruppati in 1’56” (nel Giro del 1976, vinto da Gimondi, il quinto classificato, G.B. Baronchelli, terminò a 1’35” dal vincitore), ma raramente si è vissuta cosa tanta incertezza dell’esito finale della corsa rosa!
Giro incerto sino all’ultimo e gara spettacolare o deludente, come da solite divisioni di pensieri e parole di addetti ai lavori, commentatori o semplici appassionati? Intanto Giro molto lungo, perché era dal 1999 che non si superavano i 3.500 Km, al di là dei tre giorni di riposo, e gara molto dura visto che non sono certo mancate le montagne, con l’ultima settimana da far impallidire anche …. I camosci!
Mettiamoci poi i materiali e la scienza, cose assolutamente indispensabili quando sono le gambe e non un motore a dover “spingere”; nel Giro 2017 c’è stata una evoluzione tecnica enorme, una vera e propria svolta, che indubbiamente ha livellato ancor di più il valore dei contendenti.
Poi, come sempre, ci sono i corridori, che in tre settimane hanno giorni buoni ed altri meno, magari vanno in crisi per fame o stanno male per troppa assunzione di zuccheri, arrivano troppo in forma alla partenza o ci arrivano quando i giochi sono ormai fatti, sono legati a caratteristiche personali e/o di percorso, hanno una squadra che li supporta o li lascia troppo presto al loro destino, specie quando la strada sale e l’aiuto di un compagno può determinare il risultato.
In tutto questo po’ po’ di cose credo si debba fare un grande applauso ai contendenti, perché è facile essere delusi (comodamente seduti) quando ci si attendono battaglia e scatti e questi tardano o non arrivano del tutto, ma bisogna essere realisti e non solo seguire la corsa con lo sguardo; non c’è stato infatti commentatore al seguito, e sono quasi tutti ex professionisti del pedale, che non abbia sottolineato che tipo di rapporti e quale velocità si siano registrati anche sulle grandi montagne che il Giro ha scalato.
Nessuno dei pretendenti la vittoria finale ha avuto il percorso disegnato a misura delle proprie caratteristiche (cosa vista e rivista in un passato più o meno recente), da Dumoulin a Quintana, da Nibali a Pinot, Zakarin e Pozzovivo, com’è giusto che sia, ed alla fine ha vinto colui che ha saputo meglio interpretare i 3.615 chilometri percorsi.
Dumoulin non era tra i grandi favoriti, l’incognita erano le tre settimane, spesso sembrate in precedenza, troppo lunghe per le sue caratteristiche, ma ha saputo fare tesoro delle sconfitte ed imparato a gestirsi, vincendo non solo contro il tempo, ma anche in salita, come ad Oropa, dove, posso garantirlo conoscendola bene, è salita vera e bisogna essere dei grandi per primeggiare.
Quintana era invece il favorito numero uno ed il secondo posto finale ha deluso lui in primis, ma tolto il Blockhaus, non si è mai visto lo scalatore pimpante capace di staccare gli avversari a forza di scatti e contro scatti che finivano per tagliare fiato e gambe agli avversari; dopo abbiamo saputo che Nairo non era al meglio, ma le corse sono anche questo e piazzarsi secondo a soli 31 secondi può fare arrabbiare, ma non è certo un disonore.
Medesimo discorso vale per il vincitore della passata edizione del Giro, Vincenzo Nibali; lo “squalo” ce l’ha messa tutta, ma quando il finale di tappa affronta un’unica salita, sappiamo tutti che Vincenzo fa fatica. Lui è un diesel e la sua forza è sempre stata la capacità di resiste alla fatica che aumenta con il passare dei giorni, unita ad una volontà incredibile che gli permette di ragionare e reagire anche quando sembra tutto perduto.
Altra sorpresa, per la tenuta, è stato il quarto posto finale del francese Thibaut Pinot, un altro da cui ci si attende da anni il salto di qualità, ma sempre incappato in qualche giorno di “bambola” che lo tagliava fuori dalla classifica della corsa di casa, il Tour de France; per la prima volta sulle strade del Giro, Pinot ha saputo essere protagonista finalmente degno delle previsioni che si facevano sin da quando era un giovanissimo, e chissà che abbia finalmente raggiunto la maturità tanto attesa.
Al quinto posto è finito Ilnur Zakarin, russo classe 1989, dimostratosi capace di andare forte e tenere anche alla distanza, e confermando quando di buono fatto vedere nel 2016, quando si dovette ritirare, dopo una bruttissima caduta, nella diciannovesima tappa, mentre occupava il quarto posto in classifica.
Secondo degli italiani è terminato Domenico Pozzovivo, a poco più di tre minuti dal vincitore, che ha confermato le conosciute doti di scalatore, ma ha pagato i 70 chilometri a cronometro che certo non sono il terreno a lui più congeniale; il piccolo scalatore lucano, alla bella età di trentacinque anni, ha saputo essere protagonista della corsa come raramente gli era capitato in passato, mettendosi spesso in evidenza sul suo terreno preferito: la salita.
Proprio gli italiani sono stati forse la delusione della centesima edizione del Giro; una sola vittoria, di Vincenzo Nibali, nella sedicesima tappa, per i 47 rappresentati del ciclismo azzurro, molti dei quali facenti parte di Team stranieri, dove fanno da gregario a gente che va più piano di loro.
Questa però è la realtà del ciclismo odierno, dove gli sponsor si trovano con sempre maggior difficoltà e dove, solo grandi gruppi stranieri sono in grado di allestire formazioni davvero competitive, al di là di quelli che sono poi i risulti finali.
Centesima edizione del Giro d’Italia combattuta, in chiusura, e complimenti al vincitore, Tom Dumoulin, ed a tutti coloro che hanno portato ancora una volta sulle strade italiane il grande spettacolo e gli splendidi colori del Giro d’Italia.

Il Direttore Responsabile Maurizio Vigliani

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