ESTERNO DI UN NEGOZIO IN VIA TOLEDO A NAPOLI, VOLANTINO AFFISSO PROTESTA DEI COMMERCIANTI. UNA CITTA' SENZA COMMERCIO E' UNA CITTA' SENZA FUTURO

L’export italiano ha subito una caduta doppia rispetto al 2009 ma è tornato a registrare numeri pre-crisi in tempi relativamente brevi. Tra il 2018 e il 2020, infatti, l’Italia ha avuto una migliore tenuta rispetto a Francia e Germania. Per quanto riguarda il sistema produttivo interno, invece, le filiere maggiormente colpite dalla crisi sono state il manifatturiero e il settore dei servizi”.

Così Gian Paolo Oneto, direttore centrale per gli Studi e la Valorizzazione Tematica nell’area delle Statische Economiche dell’Istat, alla presentazione del rapporto. “Si tratta- afferma il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo – di un lavoro di ricerca che, nella sua nona edizione, ha l’intento di analizzare statisticamente la tenuta del settore produttivo italiano, colpito dalle conseguenze economiche prodotte dalla pandemia. La crisi ha danneggiato prevalentemente le imprese di piccole dimensioni, costrette ad affrontare con pochi mezzi il crollo della liquidità e della domanda interna.

La pandemia, inoltre, ha accentuato il divario tra le diverse aree geografiche del Paese. Abruzzo, Basilicata, Campania, Sardegna e Umbria sono state le regioni che, stando al rapporto, hanno patito più delle altre la crisi pandemica in termini di tenuta produttiva.

Il settore manifatturiero – si legge nel rapporto dell’Istat – ha subito nel 2020 una flessione del fatturato corrispondente all’11%. Il settore più colpito è stato l’abbigliamento che ha registrato nel 2020 un crollo dei ricavi di circa il 25%. La filiera dei servizi ha, invece, subito una riduzione netta del fatturato (meno 42%), il dato più negativo segnalatosi dal 2001”. Questi i dati impietosi che emergono dal lavoro di ricerca che si sofferma anche sulla tenuta delle singole attività produttive: “Le agenzie di viaggio hanno subito un calo del 76% del fatturato, il trasporto aereo ha segnalato un meno 60%. Il 45% delle piccole imprese si considera a rischio sia in termini strutturali che operativi e viaggiano verso l’anticamera dei fallimenti.

Soltanto l’11% delle aziende di ridotte dimensioni si reputa solido.

Il 50% delle imprese del comparto dei servizi si ritiene a rischio fallimento”.

Un capitolo ad hoc è dedicato alla crisi del settore turistico. “Il turismo- prosegue il rapporto Istat- ha avuto il 74% di presenze in meno nel 2020 e una riduzione del 59% degli arrivi totali nelle regioni italiane. Le agenzie di viaggio hanno azzerato i loro ricavi (meno 88%). Il 27% degli intervistati ha deciso di ridimensionare la propria attività, il 21% di diversificare la produzione, mentre il 18% ha intenzione di riorganizzare la propria impresa”.

Sopravvivenza a rischio per un terzo imprese, meno di un quinto è pessimista “Le recenti indagini sugli effetti dell’emergenza sanitaria mostrano che a novembre 2020 quasi un terzo delle imprese considerava a rischio la propria sopravvivenza, oltre il 60% prevedeva ricavi in diminuzione e solo una su cinque riteneva di non avere subito conseguenze o di aver tratto beneficio dalla crisi”.

Sistema produttivo ad alto rischio per 5 regioni del sud
La crisi sanitaria ha allargato il divario Nord-Sud. Sono cinque le regioni del Mezzogiorno con un sistema produttivo ad alto rischio di tenuta: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania Puglia e Sardegna. La crisi legata alla pandemia ha prodotto divisioni sul territorio italiano, “anche a causa della applicazione delle misure di contenimento della pandemia su base regionale; la vulnerabilità del tessuto produttivo locale dipende sia dal grado di diffusione, al suo interno, dei settori maggiormente colpiti dalla crisi, sia da quanto esso è specializzato in tali attività”. Un indicatore del grado di “rischio combinato” (in termini di imprese e addetti) dei territori permette di evidenziare come la crisi tenda ad accentuare il divario tra le aree geografiche italiane: delle sei regioni il cui tessuto produttivo risulta ad alto rischio combinato, cinque appartengono al Mezzogiorno, e una al Centro Italia (Umbria). Le sei regioni classificabili a rischio basso si trovano invece tutte nell’Italia settentrionale (Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento).

A cura di Renato Lolli – Foto Imagoeconomica

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