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STESSE ZEBRE STESSI ELEFANTI I PARTE

Era Aprile, nel mio abitino a fiori, un po’ rigida, me ne stavo seduta, con allacciate le cinture di sicurezza.
Quando un aereo decolla provo sempre la stessa sensazione, un misto di eccitazione, di abbandono, perdo la percezione del corpo, la mente si rilassa, godo lo stacco da terra e salgo al cielo.
Era il mio primo viaggio, quel volo mi regalava la consapevolezza leggera di avere il mondo “ ai miei piedi”.
Col tempo mi sono accorta, che quella sensazione un po’ vuota, di ritrovata libertà, mi avrebbe accompagnata tutte le volte che, per qualche ragione, nella mia vita ho dovuto prendere una decisione importante.
Dodici ore, ricordo ancora con lucidità quella notte, sola, tra le stelle, con le luci gialle abbassate all’interno; fuori, i vuoti d’aria dovuti alla turbolenza atmosferica .
Accanto a me, i compagni di viaggio di un altro colore mi facevano sentire la diversa, per la prima volta.
Stavo bene in mezzo a tutta quella gente che non mi chiedeva nulla.
Per me, abituata com’ero ad obbedire, rispettare, raggiungere traguardi, era un vero sollievo.
Avevo l’incoscienza dei vent’anni, la curiosità di conoscere il mondo, poi, per non perdermi proprio nulla, tenevo, stretto stretto tra le mani, un vocabolarietto in lingua portoghese che mi venne particolarmente utile quando, in preda al sonno, mi accorsi di aver bisogno di un cuscino e di quanto fosse difficile farsi capire, per averlo.
Miracolo, cuscino in portoghese si dice “alfandega”, non ci sarei mai arrivata senza il prezioso, piccolo vocabolario.
Era il primo, vero ostacolo, fondamentale da risolvere, per andare avanti.

L’aereo atterrò alle ore diecietrenta, all’areoporto di Maputo, a terra mi raggiunse una folata di aria calda mista a odore di escrementi.
Mi riportò alla campagna romagnola, quando, in estate, mi trasferivo dagli zii materni e li aiutavo a portare da mangiare agli animali nella stalla.

L’Africa mi accoglieva con i suoi odori, mi restituiva il mio mondo di bambina, povero, fatto di paure, di freddo, raccolto, come la mia infanzia, quando, trasgredendo, salivo su uno sgabello a tracciare con il dito, in inverno, sui vetri della finestra della camera da letto le case, le persone, e guardando fuori immaginavo le storie.

Ora ero grande, potevo fare quello che volevo.

Il Mozambico dove atterrai, in quella primavera del 1978, era un regime socialista, governato da Samora’ Machel il suo presidente.
Colonizzato dai portoghesi, ai confini con Tanzania e Sud Africa, era uno degli stati più belli e ricchi dell’Africa sub-equatoriale, con un clima costantemente secco a parte la stagione delle pioggie.
La storia umana del Mozambico ha inizio con l’arrivo dei cacciatori, poi, nel corso degli anni, si sviluppa accogliendo una quantità di persone di lingua bantù, arrivati dal Nord, che diventeranno i primi agricoltori della zona.
La reale bellezza della vita sta nella condivisione.
Me ne accorgo in un pomeriggio dopo ver lavato i miei lunghi capelli.
Poco distante un bimbo mi osserva incantato.
Lascio che il sole scenda caldo sulla mia testa, mi abbandono, chiudo gli occhi e quando li riapro, intorno a me ci sono tutti i bambini del villaggio.

Mi salutano timorosi, qualcuno trova il coraggio per avvicinarsi e me li accarezza, i capelli.

In Africa il saluto è come un rito, un momento da sottolineare, un istante in cui smettere di fare qualsiasi altra azione.
Esso consiste nel porgere all’altro le mani, toccarsi.
E’ una regola, attraverso il saluto due vite entrano in contatto tra loro, anche solo per pochi secondi.
Noi occidentali abbiamo perso o forse non abbiamo mai avuto questa considerazione del saluto… Segue

A cura di Sandra Vezzani

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