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PAZIENZA

C’è sonnolenza nella mia biro dall’inchiostro sbiadito e lento quando la indosso tra le dita e con dolcezza tento di toglierle la berretta che ha in testa, similmente ad una mascherina verde bottiglia, che la protegge dagli agenti tossici invisibili di questa piccola stanza.

Mi cade a terra e pare voglia restarci. Adagiata su di un tappeto d’altri tempi, vezzeggiato da una striscia di tepore, che ha le sembianze di un timido raggio di sole, fuoriuscito per caso da una malinconica persiana che sbatte, la mia sferetta trasparente sembra sussurrarmi: “Ne ho abbastanza di consumarmi, da troppi giorni a questa parte, vai a farti un giro in cucina e lasciami dormire!”

Un poco sconsolata e con un piccolo broncio pronunciato sul labbro, ubbidisco sbuffando e seguendo un improvviso e languido impulso, raggiungo in fretta la mia cucina dalle ante rosse come la passione. Coccolo per qualche minuto la piccola moka verde speranza sulla mia mano sinistra al fine di essere a breve, usata.
Tento a più non posso di aprirla per alimentarla del caffè tostato e posarla poi sul fuoco, che fatica pure lui a prender vita ed è tutto uno sbadiglio sul fornello infastidito.

Poi uno stridere continuato e costante della caffettiera irritata pare urlarmi: “Lasciami perdere, te ne sei già fatta abbastanza di questa bevanda, da troppi giorni a questa parte, vai a farti un giro in bagno e lasciami stare!”
Non ha tutti i torti penso rispondendo all’inconscio salito in coscienza. Socchiudendo le palpebre con il naso arricciato a passi lenti e slacciandomi il nastro, che mi cinge i capelli raggiungo la specchiera del mio bagno in marmo bianco ed
inizio a cercare la grande spazzola dai denti radi, che mi accarezza la folta chioma bionda ogni qualvolta io lo voglia.
Non la trovo, non ricordo con certezza dove l’ho riposta.

Poi la osservo accucciata in un angolo del mobiletto bianco, quasi aggrappata a quel suo amico pettine dai denti stretti. Con la mano gentilmente lenta tento di farla mia tra le dita ed ecco che all’improvviso la boccetta di profumo lì
vicino si aggrappa al mio bracciale e cade sulla piastrella frantumandosi in mille pezzi.
Sento una vocina beffeggiarmi all’istante. E’ la mia spazzola, che ora sembra abbia preso vita in una canzoncina a me poco gradita: “Smettila di pettinarti ogni secondo in questo quotidiano che non muta da giorni.
Risistema il pigro e moscio laccio di sempre alla chioma e raggiungi lo schermo seppur freddo come il ghiaccio se vuoi contattare un volto , in ogni dove e in ogni quando almeno questo lo puoi fare se la connessione ti asseconda!”

Mi rassegno pure ora a testa china con una lacrima intimorita sulla ciglia.
Eseguo ordini da oggetti: sfere trasparenti, piccole caffettiere, spazzole dai denti
stretti ed ora cerco di dar vita ad un volto seppure a colori al di là di un vetro
incorniciato come fosse un quadro.
“Ecco!”
“Ci sei!”
“Chiaro, limpido e solare!”
“Ti ascolto, ti vedo e ti parlo!”
“Ma il qui e ora non assomiglia affatto alla realtà di una stretta di una mano…“

In questo frangente di difficoltà comune, forse causato da un pipistrello indemoniato o chissà cos’altro, mi adatto al momento con un sospiro incatenato dentro mentre osservo la biro, che adesso quasi mi sorride, la caffettiera che chiacchiera nuda sul fornello e la spazzola che danza con il pettine.

“E tu, dove sei andato?”
“Eh già, la connessione come un’ape regina ha staccato i fili della relazione e
neppure mi hai salutata!”
“Pazienza sospiro, domani sarà un giorno migliore con una stretta di mano!”

A cura di Paola Marchi – Fotolia

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