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IMPRENDITORI COL REDDITO DI CITTADINANZA

IMPRENDITORI….COL REDDITO DI CITTADINANZA

Allora, che aspettate ad aprire un’impresa?
E’ l’ultima provocazione fatta dal governo, in questi ultimi giorni: il reddito di cittadinanza può essere trasformato in un sostegno all’imprenditorialità.
Eppure non è un paese per chi investe.
Poche chance nell’immobiliare, che resta oppresso da una patrimoniale sotto forma di Imu e Tasi da 21 miliardi all’anno. Ma anche alzare una saracinesca o comprare macchinari per tentare una attività in proprio nell’italia del reddito di cittadinanza resta un bell’azzardo.

Da anni Unioncamere misura il tasso di imprenditorialità del paese tra iscrizioni e cessazioni al registro delle camere di commercio.
Le cessazioni sono aumentate di molto, passando a circa 140.000 contro le 136.069 del 2019, mentre le iscrizioni sono aumentate di poco: neanche 115.000 contro le precedenti 114.410.
Una conferma della cronica mancanza di competitività, e non solo.
Le cessazioni di inizio 2020 sono il peggior risultato da cinque anni a questa parte, alimentato soprattutto da un emoraggia di piccole imprese artigiane.

Ecco allora che spunta dallo Stato l’ultima provocazione: chiunque avesse i requisiti per ottenere il reddito di cittadinanza e decidesse di aprire una nuova impresa, entro i primi 12 mesi di fruizione dell’assegno, potrà ottenere in un’unica soluzione 6 mesi di sussidio fino a un massimo di 4.680 euro.
Sgravi contributivi si’, ma solo se si osservano tre condizioni: primo: il lavoratore non deve essere licenziato nei primi 24 mesi senza giusta causa o giustificato motivo, il secondo: l’impresa deve comunicare al portale del programma ( Siupl) le disponibilità dei posti vacanti. Il terzo: il datore di lavoro, da queste assunzioni, deve avere un effettivo incremento di personale a tempo pieno e indeterminato.

Tempo fa lo stesso Alessio Rossi, presidente dei giovani di Confindustria, intervenendo ai microfoni dell’emittente universitaria ha stroncato il reddito di cittadinanza: “non serve a niente, è un reddito da divano.
I soldi saranno spesi per comprare merci di fascia bassa provenienti dall’estero e il nostro Pil non ne beneficiera’”
Le notizie di questi ultimi giorni sembrano dargli ragione, ogni giorno si aggiunge un grano al rosario di crisi aziendali e ogni caso è una botta all’occupazione.

Ci sono il Qatar e l’Aga Khan che chiudono Air Italy, la seconda compagnia aerea italiana, e lasciano a terra 1.200 lavoratori, tra piloti, hostess e assistenti di volo.
Un’altra è Jean Pierre Mustier, il sergente della legione straniera che guida Unicredit con l’alce di peluche, il quale dal grattacelo più alto di Milano annuncia un taglio di 6 mila dipendenti.

C’è la Whirpool con i suoi 400 dipendenti, l’Alitalia con 11 mila, L’Ilva che ne vuole mandare a casa 5 mila, Mercatone Uno che ne ha cancellati 1.600, La Perla che conta 130 licenziati.
L’elenco è lungo e ogni giorno si allunga di più.
L’’unico risultato restano i dati allarmanti sui contratti di lavoro e sul Pil.
E allora, perdonatemi la battuta, cercasi ”navigator” disperatamente!
Mio Dio, non si ha notizia neanche di loro, che dovevano cancellare, oltre alla povertà, pure la disoccupazione!

A cura di Sandra Vezzani editorialista – Foto Marco Iorio Roma

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