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GERMANIA KAPUTT L’ITALIA TREMA

Germania (quasi) kaputt. A gennaio la produzione industriale in Germania è calata più del previsto: un pesante calo del 3,5%, dopo il +1,2% di dicembre, superando di parecchio le stime già negative degli analisti, che prevedevano un calo dello 0,2%. Su base annua si evidenzia una contrazione del 6,8%, dopo il -2,5% di dicembre.

I numeri della crisi
Il dato, che esclude l’energia e le costruzioni, registra una discesa del 2,9%. La produzione di energia è salita del 2%, mentre quella nelle costruzioni è crollata del 8,7%.
Nonostante le timide rassicurazioni della Bundesbank, si tratta dell’ennesima, drammatica, marcia indietro negli ultimi sette mesi. Si conclude così un annus horribilis per l’industria tedesca. Ma non è finita. Probabilmente, una recessione nel settore manifatturiero continuerà, anche per effetto della disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti, che sta assumendo pieghe diverse, ma i limiti, forti, restano.

Entrambi i Paesi sono destinazioni primarie di esportazione per le aziende tedesche. Più si va avanti, più si rischia di innescare un effetto negativo a catena e trascinare nel baratro altri settori dell’economia tedesca.

Le conseguenze negative per l’Italia
Le cose si mettono male anche per l’Italia. La Germania è il primo partner commerciale per il nostro Paese: il valore dei beni esportati rappresenta il 12,5% del totale dell’export italiano, un quarto di quanto esporta l’Italia in tutta l’Ue.

I sistemi di produzione italiano e tedesco sono fortemente integrati tra di loro nelle catene globali del valore, poiché l’Italia è un importante fornitore di prodotti intermedi e beni capitali alle imprese tedesche. La caduta della produzione manifatturiera tedesca frena quindi le esportazioni italiane. E di molto.

In uno studio Intesa Sanpaolo ha rilevato come 91 dei 150 distretti industriali italiani stiano registrando una contrazione importante delle vendite destinate alla Germania. L’impatto sull’economia italiana è strettamente concentrato in cinque regioni centro-settentrionali: Lombardia, Piemonte, Toscana, Emilia Romagna e Veneto.

Settori e regioni che ci rimettono di più
Come ha sottolineato anche Confindustria, il rallentamento dell’export – il 26% del Pil nel 2017 – ipoteca la crescita per l’anno in corso, soprattutto per i distretti della metalmeccanica del Nord Italia, legati a doppio filo con l’economia tedesca. Parliamo ad esempio della componentistica per le auto, dei sistemi di refrigerazione, dei prodotti chimici, della gomma, dei tessuti e degli alimentari.

Per darvi qualche numero, una simulazione elaborata da Allianz indica le perdite per ogni milione di fatturato in meno dell’industria dell’auto tedesca: i produttori di lamiere metalliche italiani perdono 150mila euro, gli esportatori di equipaggiamenti meccanici 140mila, quelli di parti in plastica 100mila. Il comparto automobilistico tedesco nel 2019 ha registrato livelli così bassi che non si vedevano dal 1996.

La Germania, come ha detto il presidente della Sace, Beniamino Quintieri – è un vero e proprio “hub” della produzione europea, capace di importare dagli altri Paesi semilavorati e prodotti intermedi, trasformarli e successivamente esportarli. All’interno degli ingenti flussi di esportazioni tedesche è incorporata una parte di valore aggiunto prodotta in Italia e altrove molto importante per tutti.

E allora la crisi si fa più stringente ad esempio per il distretto industriale della componentistica meccanica di Lecco, per i beni strumentali di Bergamo, per la filiera dei metalli di Brescia, per quello della gomma del Sebino, per le valvole di Lumezzane, solo per citarne alcuni.

Anche il Made in Italy compromesso
Non solo. Perché gli effetti devastanti della contrazione della produzione industriale tedesca contagia anche le transazioni finanziarie, le forniture in termini di infrastrutture, gli equilibri e le compatibilità economiche. È un intero modello di sviluppo a essere entrato in crisi.

Berlino a sua volta è il primo mercato per il Made in Italy con 58 miliardi di export nel 2018, dato che è cresciuto esponenzialmente (del 30%) negli ultimi tre anni, mentre l’import è salito solo dell’11%. La Germania vale il 12,6% delle vendite totali all’estero, con punte del 20% per il settore dei prodotti in metallo, per l’auto e altro.

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