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CORONAVIRUS NO PANIC O ANCHE SI!

CORONAVIRUS E IMPRESE: NO PANIC, O ANCHE SI’!? ITALIA IN PROGNOSI RISERVATA

Il grande timoniere questa volta si è fermato, mentre la Cina si blocca, anche l’economia planetaria sta rischiando una grossa frenata, e dunque la domanda è: quale sarà il futuro dell’economia italiana?

Secondo Oxford Economics, nel primo trimestre dell’anno il virus costerà alla seconda economia mondiale due punti percentuale di Pil, facendo deragliare la crescita complessiva 2020 al 5,4% (anzichè il 6% previsto prima dell’epidemia).
Il vero problema è che il coronavirus, costringendo alla chiusura di migliaia di fabbriche cinesi, sta distruggendo intere catene del valore ormai ampiamente globalizzate: e non parliamo solo di chimica o automotive, con le forniture di componentistica, per esempio a Toyota e General Motors che iniziano già a scarseggiare, ma anche di elettronica e tessile.
Anche la Cina è cambiata, ad oggi non produce solo magliette e giocattoli di plastica, come ai tempi della Sars, il micidiale virus polmonare del 2002-2003, oggi l’impatto del coronavirus sarà duro anche per il resto del mondo.

Il Dragone rappresenta circa un terzo della crescita globale, con una quota percentuale superiore a quelle di Stati Uniti, Giappone ed Europa messe insieme.
Quando l’economia mondiale ha un raffreddore, l’Italia, con la sua crescita zero, rischia la polmonite.
La sindrome cinese ci sta colpendo, e il problema, che pure esiste, non è solo per il virus, ma le sue ricadute economiche.
In aggiunta poi, si sa, come la Germania, anche l’Italia ha un sistema economico che poggia sulle esportazioni, e i cinesi sono i maggiori consumatori mondiali.

I due settori del made in Italy che soffriranno di più con tutta probabilità saranno turismo e lusso.
Entrambi molto importanti: il turismo proprio nel 2020 avrebbe dovuto celebrare l’apoteosi dei viaggiatori dell’ex Celeste Impero, dopo un 2019 record con 5,3 milioni di presenze, ma ahimè, quarantene e blocco dei voli stanno facendo cadere in vite il mercato cinese, il più importante, per valore, in Italia.
L’altro grande punto interrogativo riguarda il mondo del fashion e della produzione del made in Italy.
Che accadrà?

Nessuno si illuda che il coronavirus risparmi il sistema moda, anzi, visto il peso dei cinesi sui consumi di prodotti italiani, l’unica cosa da capire sarà l’entità del danno.
I primi numeri, stanno arrivando in questi giorni, proprio in occasione della presentazione della “fashion week” milanese programmata dal 18 al 24 febbraio.

E cosa scopriamo, ahimè?
Che l’80% dei buyer e operatori della moda cinese non ci sarà.
A dirlo è Carlo Capasa, presidente della Camera della moda. “Parliamo di circa mille persone alle quali andremo incontro virtualmente: le sfilate e molti altri appuntamenti saranno in streaming live e tutti gli associati stanno usando la tecnologia per ridurre al minimo i disagi, e il senso di esclusione, che i cinesi stanno sperimentando”.
Milano è il cuore della moda, e sarà, come sempre, d’ispirazione per il resto del Paese.
Si tratta di affrontare in modo creativo e intelligente l’emergenza, insomma, più che mai, occorre trasformare il bicchiere mezzo vuoto in mezzo pieno, avere la forza di cambiare le cose che si possono cambiare, avere il coraggio di cambiar le cose “in itinere”, avere la pazienza di accettare le cose che non si possono cambiare, e saper distinguere tra le prime e le seconde.

E’ un auspicio attribuito agli Indiani d’America!
In una parola, occorre ridare impulso alle città, valorizzare i territori, aumentarne la visibilità, anche attraverso le differenze, siano esse urbanistiche, sociali o culturali.
Occorre fare rete!

Milano, in questi anni, l’ha dimostrato riportando la città al suo splendore, facendo eventi, anche di moda, “on the road”.
Come sempre, non è accusando che si vince, ma insieme.
L’assessore alla Moda Cristina Tajani del comune di Milano ha fatto in questi giorni un iniziativa “China, we are with you” (Cina, noi siamo con te): un messaggio chiaro di solidarietà, e allo stesso tempo, un invito a non cadere vittime di paure che non hanno fondamento scientifico, e che rischiano di scavare un fossato fra italiani e cinesi, e una voragine economica.
Anche per la solidità delle imprese italiane, e del sistema economico valgono le stesse regole, e cioè, che i rapporti umani non dovrebbero mai degenerare e, mi si conceda, nel caso della Cina e del coronavirus, il danno economico che già stiamo sperimentando, dovrebbe da solo, spingerci a più miti consigli.

Quindi le parole chiave sono: professionalità, autostima, consapevolezza che il made in Italy vale, ma anche solidarietà e umiltà nel riconoscere che senza la Cina potremmo essere ancora più poveri!

A cura di Sandra Vezzani editorialista

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